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"Alle fronde dei salici"... Istanbul, Dacca

Calabria

 “E come potevano noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati nelle piazze / sull’erba dura di ghiaccio, al lamento / d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero / della madre che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del telegrafo? / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento.” (Da “ Giorno dopo giorno”, “Alle fronde dei salici”, di Salvatore Quasimodo, 1947).

Sono giorni tristi quelli da poco trascorsi. Si ascoltano le notizie provenienti da mondi apparentemente lontani e si scopre che il male ha conquistato l’uomo, che ogni cosa sembra essere ormai soggetta all’agire crudele e spietato di chi insegue assurdi sogni di potere e conquista ma anche di epurazione di credo, religione, razza, costumi, usi, ideologie. Viviamo in un mondo in preda al delirio, di pochi e di molti, di vicini e di lontani.

Sono solo i più recenti gli episodi di Dacca ed Istanbul. Il pericolo sembra esser divenuto l’ombra di ogni istante in cui ci si muove per la strada. Un semplice ristorante non è più il luogo piacevole in cui conversare con amici e conoscenti nelle occasioni più svariate. Tutto diviene preda di ansia, preoccupazione, senso di insicurezza, mancanza di giustizia, teatro di massacro e spietata crudeltà.

Per chiunque, per ciascuno. Per chi si muove in giro per il mondo ma anche, e forse soprattutto, per chi resta a casa propria, là dove dovrebbe e vorrebbe sentirsi tranquillo ma dove non lo è più semplicemente perché “qualcuno” ha deciso che così non deve più essere.

Ci si scandalizza, ci si sciocca, per le efferatezze di pochi di fronte alla morte crudele di alcuni. E, a volte, più volte nel corso della storia dei secoli passati, si resta, invece, indifferenti alla strage di morte di tanti, di mille migliaia e centinaia.[MORE]

Così, ancora nell’oggi del “Giorno dopo giorno”, mi viene in mente il componimento poetico del Nobel Quasimodo: “Alle fronde dei salici”. Perché non siamo lontani dal contesto, non abbiam fatto passi avanti nella storia. Siamo sempre appesi allo stesso palo del telegrafo come piccoli crocifissi in attesa di agonia.
Siamo inermi e silenziosi, sconfitti e trafitti, dall’odio, dall’orrore, dall’inquietudine. E al tempo stesso siamo ammutoliti, attoniti, senza voce, senza, a volte, anche dignità.

Perché non sappiamo guardare all’uomo che morente si nasconde in questi giorni. All’agonia dell’uomo che uccide se stesso e gli altri senza avere più rispetto per l’umanità che è inscritta in ciascuno.
Si è chiamati alla vita. A vivere, lavorare, edificare, costruire, realizzare e anche ad amare, invece si vive per morire, far soffrire, demolire, eliminare, sterminare.

“E…” “Alle fronde dei salici” allora, “come potevamo (e come potremmo anche noi) cantare” quando, di fronte alla morte senza più necessità di giustificazione, sembra non esservi più “arma” per poter contrastare e dare soluzione?

Risposta ardua ad interrogativo forse con aspettative troppo alte.

Ma se l’uomo non inizia a guardarsi dentro, a togliere il marcio che alberga nel suo cuore, a riconoscersi creatura nel creato a lui donato, non vi può esser spazio alcuno per la pace, per il vivere civile, per il rispetto di tutti. Se si cerca ancora guerra, se all’odio si risponde con altro odio, se non si conosce né il significato né come si vive e si offre il perdono, non vi può essere pace che plachi l’urlo nero di una madre né allievi il gemito innocente dell’agnello.

Giornate amare quelle del tempo che viviamo ma, per chi crede, l’aiuto vien dal Cielo.

Simona Barberio