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I racconti di “comara” Speranza. L’imboscata - Il terremoto

Lazio > Roma

L’imboscata
In quel periodo, al mio paese morirono diversi bambini a causa di una malattia infettiva.

Non sono mai riuscita a capire che malattia fosse; so solo che si manifestava con una febbre molto alta e le tonsille del malcapitato si gonfiavano fino a soffocarlo. A scuola le classi si dimezzarono. Mi ammalai anch’io: ricordo che stetti malissimo e rischiai di morire.

Non potrò mai dimenticare la disperazione dei miei genitori, il prete al capezzale, il sarto che mi prendeva le misure per il vestitino bianco. Venivano a trovarmi tante persone… fu confortante vedere tutta quella solidarietà intorno alla mia famiglia. Mi sentivo importante. Portavano caramelle, uova da bere e tante altre cose. Non capivo perché mamma fosse triste: pregava e piangeva.

In quel periodo accadde a mio padre un singolare fatto mentre andava a piedi, di notte, a comprare le medicine in un paesino vicino perché, dove noi vivevamo la farmacia ne era sprovvista. Erano le due di notte. Avrebbe bussato alla porta del farmacista: si usava così per i casi gravi e lui era disperato, stavo morendo.

Prese la strada del bosco per fare prima ma, a metà strada,  si sentì afferrare per le spalle e tirare dentro un cespuglio di rovi. Erano due uomini con un cappuccio in testa:

«Fuori i soldi!» gridarono con voce minacciosa puntandogli una pistola alla tempia.

Mio padre non ebbe paura per sé, ma per me: sarei morta se non mi avesse portato le medicine al più presto.

«Ho solo mille lire e non so nemmeno se mi basteranno per le medicine di mia figlia che sta morendo! Mi resta solo la speranza che il farmacista mi faccia credito… Ammazzatemi pure, ma i soldi non ve li posso dare…» rispose triste e sconsolato.

«Lasciatelo stare, non è lui! - disse la voce di un uomo nascosto su un albero vicino - Avete sbagliato persona. Dategli diecimila lire e lasciatelo andare» continuò la voce che mio padre riconobbe come quella del capo.

«Gino! Scappa via e non fermarti! Tu non hai visto niente… ci siamo capiti? Altrimenti ti mettiamo un limone in bocca!»

Il limone in bocca lo mettevano, dopo averli uccisi, a quelli che facevano la spia. 

«Io non ho visto niente, ma i soldi non li voglio!» rispose mio padre agghiacciato dal fatto che quell’uomo conoscesse il suo nome.

Ma uno degli incappucciati gli mise i soldi in mano e lo spinse via.

Mio padre si mise a correre trafelato ma, dopo qualche centinaio di metri, cedette alla tensione e si dovette fermare. Da lontano udì delle grida disperate che chiedevano aiuto.

“È arrivato quello giusto”, pensò con rabbia mio padre.

 Sarebbe voluto tornare indietro per aiutare quel poveraccio, ma il pensiero di me malata lo fece ragionare.  

Sentì uno sparo e si mise a correre, disperato per il senso d’impotenza che lo stava divorando. Voleva buttare quei soldi, ma aveva paura che quelli che aveva non gli bastassero e che il farmacista non gli facesse credito; in quel caso, non avrebbe potuto comprare le medicine per me. Si sentiva un vigliacco.

Arrivato in paese bussò alla porta del farmacista, che gli fece credito permettendogli di comprare le medicine e strappare quelle maledette diecimila lire che lo avevano fatto sentire un vigliacco.

La mattina dopo seppe che un commerciante di bestiame, che andava alla fiera di un paese vicino a comprare delle bestie, mentre attraversava il bosco era stato gambizzato e derubato di tutti i soldi.

  Raccontò tutto al nonno e alla mamma, ma entrambi gli consigliarono di tacere.

  «Vedi Gino - gli disse il nonno - se lo hanno gambizzato non è stato per derubarlo, ma perché avrà fatto qualche sgarro a qualcuno che conta. Il furto è una copertura.»

Poco dopo si seppe che il gambizzato aveva dato fastidio alla sorella di uno che contava nel mondo assurdo e contorto dell’onorata società. 

Il terremoto.

Se chiudo gli occhi, ancora riesco a percepire il profumo delle zagare e del rosmarino,  il rumore di tutta quella gente che si affannava a togliere  tegole e sassi. Accanto al rudere c’era l’ovile dove era rinchiuso il nostro gregge. Una notte che noi dormimmo lì ci fu una forte scossa di terremoto e il tetto dell’ovile cedette, il gregge rimase sotto le macerie e tutti i miei parenti, compresa la famiglia del pastore, lavorarono tutta la notte per tirarlo fuori.  Morì la mia capretta preferita, la mia “Regina”. I miei genitori   mi dissero, per rispondere alle mie insistenti domande, che l’avevano portata in un altro posto. Le loro parole riuscirono a calmare le mie insicurezze e protetta da questa storia potei così concentrarmi a vivere quella curiosa esperienza.

Nonostante abbia ancora impresso nella memoria lo spavento che mi provocò il sordo tonfo del tetto, vissi tutto come uno strano gioco: in quel trambusto di grida e rumori, rincorrerci sul ponte con il fievole chiarore della luna e giocare a nascondino era molto divertente per noi bambine. Correvamo sul ponte avanti e indietro senza che nessuno badasse a noi.

Era così bello, la sera! Io e i miei fratelli, insieme ai vari cugini che si trovavano nei ruderi accanto al nostro (il padre di mio nonno aveva diviso un grande podere fra i suoi sei figli) ci divertivamo a correre lungo il ponte e per la strada che portava a un paesino a picco sul mare, con un panorama di una rara bellezza. Le sere d’estate la strada era illuminata da lucciole ed era ancor più bello. In quell’epoca le automobili erano poche e l’unica che passava spesso era quella della famiglia dei Marchesi. Passava ogni due o tre giorni e per noi bambini era un avvenimento. Mentre il marchese, che conosceva il mio papà, si fermava a chiacchierare con lui, noi bambini giravamo incuriositi e affascinati intorno all’automobile.   Quanti sogni facevano ammirando quel mezzo.

Le sere in cui restavamo al rudere, seduti sul muro del ponte, al buio, o meglio illuminati dalla luna, i nostri genitori ci raccontavano le storie più assurde e paurose che conoscevano.

La mia fantasia era colpita in modo particolare da una croce di ferro su cui si trovavano sempre fiori freschi: era in fondo alla scarpata e ancor oggi, affacciandosi dal ponte, si può vedere. 

La nonna mi raccontava che una bellissima donna che aspettava un bambino era stata buttata dal ponte.

«Nonna, perché è caduta?» chiedevo.

«È stato il marito » rispondeva la nonna.

«Ha dovuto buttarla giù per salvare il suo onore: aspettava il figlio di un altro uomo.» Quindi, aggiungeva con tristezza:

«Poverina… è morta nel peccato. Che Dio la perdoni!»

Io non capivo il significato di quelle parole, ma riflettevano la mentalità di quei tempi, di quei posti dove l'onore si pagava con la vita… Triste, ma vero.

Antonia Caprella