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Così è (se gli pare). Dagli alberi ai germogli e alle foglie della democrazia

Lazio

ROMA, 6 GIUGNO 2013 - La protesta oggi entra nella decima giornata e la tensione rimane alta in Turchia. Questa sera è previsto il rientro del premier Erdogan, da quattro giorni in vista ufficiale nei paesi del Maghreb. Secondo la stampa turca, ci sono stati ieri sera per la prima volta incidenti fra manifestanti e sostenitori del partito islamico Akp di Erdogan a Rize. Dietro le proteste, per i giovani turchi sono in gioco la libertà si espressione e lo Stato secolarizzato.[MORE]

Non si placa la rivolta in Turchia. I giovani turchi difendono gli spazi verdi e criticano i progetti di edificazione commerciale e infrastrutturale del governo Erdogan. La guerriglia urbana ha infiammato e sta infiammando Istanbul, Ankara e ben altre novanta città della Turchia. La miccia che l’ha fatta esplodere è stato il caso della protesta di Gezi park , considerato il polmone verde della megalopoli, contro la distruzione di 500 piante. Questa protesta ha provato diversi morti e migliaia di feriti. Era davvero necessario arrivare a tanto per questa battaglia ecologica?

Non si può dire che la questione ecologica sia stata un pretesto, Istanbul ha veramente poche zone di verde urbano, ma certamente è una di quelle famose “gocce che fanno traboccare il vaso”. Oltretutto l’abbattimento degli alberi dovrebbe lasciare spazio a un centro commerciale più altre costruzioni che, detto così e visto da fuori, sembrerebbero qualcosa di meno essenziale di un polmone verde. Comunque per quanto poi la situazione sia degenerata, o evoluta dipende dai punti di vista, anche la dimensione di battaglia ecologica per me era più che giustificata. Il nostro ambiente sacrificato erroneamente sull’altare della crisi è veramente l’unico futuro sicuro e positivo che possiamo tramandare e probabilmente la maggiore risorsa, insieme ad un cambiamento radicale di vita, per uscire dalla crisi attuale. Specialmente in Europa (la Turchia è Europa), in particolar modo in Italia.

La guerriglia si è propagata contro il divieto sugli alcolici per poi diventare la rivolta della Turchia laica contro il premier islamico Erdogan. Lo scontro è tra una società sempre più consapevole dei propri diritti, acquisiti anche attraverso il boom economico, e il governo di Erdogan le cui venature islamiche possono prepotentemente acquisire potenza?

La vittoria di Erdogan con il sostegno dei partiti di matrice più islamica alimentò già all’epoca delle elezioni i dubbi nei confronti della Turchia in Europa e in particolar modo fra chi osteggiava l’ingresso del Paese nell’ UE come la Francia e la Germania, ma pure all’interno del Paese, nonostante la larga maggioranza parlamentare ottenuta, in molti gridarono al broglio elettorale; nel tentativo di placare le discussioni Erdogan promise una politica laica e multiculturale. Sicuramente ciò che non è accettabile adesso è il comportamento di un leader che non vuole comprendere le ragioni del proprio popolo, che ricorre alla violenza per zittire il malcontento. Dopo essersi proclamato sostenitore della “primavera araba”. La situazione non quadra, gli scontri continuano e tutto lascia presagire ulteriori drammatici sviluppi.

Erdogan non fa passi indietro. Sostiene che quanto accade nelle strade sia «orchestrato dagli estremisti». Ha respinto le accuse di essere un dittatore e ha esortato i manifestanti a non cadere in questo tipo di giochi se davvero amano il Paese e Istanbul. Ci troviamo in una sorta di primavera turca?

Credo proprio di sì, ma non so se avrà la stessa portata della “primavera araba”. La zona è calda, la Siria da tempo è attraversata da scontri violenti ed è molto vicina. Erdogan però è un politico navigato, il suo vice prime ministro si è scusato con il popolo turco per l’eccesso di reazione delle forze dell’ordine e ha dichiarato di volere ascoltare le istanze dei manifestanti; il governo turco già sta lavorando sull’immagine all’estero del Paese, per recuperare punti sull’indignazione della comunità internazionale. La realtà interna è a mio avviso ben diversa: il percorso del governo Erdogan è costellato, ormai da diverso tempo, di limitazioni e riduzioni delle libertà dei cittadini, i quali esasperati reagiscono. Qualcosa deve cambiare, o in meglio o in peggio. Temo molti arresti mirati, e la scelta da parte delle istituzioni di un profilo basso sul piano internazionale per non accendere riflettori sulla condizione interna da sedare ad ogni modo. Non vedo una reale disponibilità all’ascolto, tant’è che con tutto quello che è successo, ancora non ho notizie di dimissioni di spessore. Tante scuse che tuttavia non hanno fermato, ad oggi lacrimogeni, e getti d’acqua.

La durissima repressione da parte della polizia ha suscitato la condanna e allarme in tutto il mondo. Il Segretario di Stato USA John Kerry si è detto preoccupato. «Gli Stati Uniti sostengono con forza il diritto alla libertà di espressione, compreso quello di protestare pacificamente». La severità con cui le forze dell’ordine hanno risposto non potrà far altro che allargare le proteste, non credi?

La voce degli Stati Uniti difficilmente può restare inascoltata, ma c’è sempre modo e modo di ascoltare. E recepire. Il Segretario di Stato americano ha fatto ciò che doveva fare, e la cosa buffa è che anche la Turchia ha risposto come doveva rispondere. È stata sottolineata da ogni parte la necessità di sostenere e non sopprimere il diritto alla protesta pacifica e la libertà di espressione. La comunità internazionale ha tirato un sospiro di sollievo: i manifestanti invece il sospiro non hanno potuto tirarlo perché altrimenti soffocavano a causa dei lacrimogeni. Il punto è sempre e soltanto questo, la differenza che corre fra il dire e il fare. A livello politico e internazionale, a meno che non si tratti di tradurre in fatti le promesse di alzare tasse e gabelle, le parole troppo spesso restano tali. In Turchia come in America, in Italia come nell’UE. Le proteste tenderanno ad allargarsi, ma otterranno risultati solo con l’attenzione dei media e della popolazione mondiale, per questo non si può essere soddisfatti con semplici dichiarazioni di intenti, per questo è compito di tutti mantenere gli occhi aperti sul ciò che accade in Turchia e in altre parti del mondo. La prepotenza colpisce quando noi ci voltiamo, e allora non dobbiamo voltarci.

Le reti sociali e i social network sono invase dai continui appelli di giovani che chiedono aiuto e che denunciano costantemente il silenzio delle grandi tv turche sotto pressione del governo. Il premier ha affermato che ora la nuova minaccia sia twitter, «le bugie migliori si possono trovare qui». I social media sono davvero la nuova minaccia della società o è semplicemente una scusante dietro cui nascondersi?

Internet ha un enorme potere, i social network e i social media mettono in comunicazione miliardi di persone ma non possono essere lasciati soli a documentare, ad illuminare un teatro di scontri così vasto e multiforme. La realtà ai nostri giorni, anche grazie all’accesso alle informazioni e per contro alla maggiore facilità di manipolazione delle stesse, è più articolata e per questo necessita di più punti di osservazione. I media devono essere presenti, ma le organizzazioni internazionali devono vigilare costantemente per il ritorno ad una vera e pacifica normalità, per il ripristino della legalità. Non vedo minacce particolari nei social network, a parte l’annichilimento delle reali relazioni sociali, ma non vedo neppure tutto questo potere persuasivo e di comunicazione. Non vorrei fosse delegato a youtube, facebook o twitter il compito di documentare eventuali soprusi e la documentazione del mancato rispetto di diritti civili e umani. Come sempre a ognuno il suo.

 Giulia Farneti e Alessandro Bertolucci