Così è (se gli pare). Il sorriso di un giusto. Paolo Borsellino vive

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ROMA, 19 LUGLIO 2013 - Sono trascorsi oltre 20 anni dal quel 19 luglio 1992 in cui hanno perso la ...

ROMA, 19 LUGLIO 2013 - Sono trascorsi oltre 20 anni dal quel 19 luglio 1992 in cui hanno perso la vita Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta nella strage di via D'Amelio. Alle 16.58 di quel giorno un boato avvolge Palermo. Le persone scappano, il fumo si leva alto. La città è in silenzio. Era già successo, cinquantasette giorni prima, su di un’autostrada. In Città cala il silenzio assordante delle sirene. Il giudice Borsellino sapeva del carico di tritolo arrivato apposta per lui. Quei cento chili portavano il suo nome e cognome. Era stato lasciato solo e, tuttavia, ha continuato a svolgere il suo lavoro. Paolo Borsellino è morto perché non ha avuto paura, perché ha lasciato che la paura “non diventasse un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”, come amava ripetere.

«Ma io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me», così ha detto ´U curto´, la belva, il capo dei capi di Cosa Nostra che ha dichiarato guerra allo Stato compiendo strage di politici, magistrati e cittadini. Totò Riina torna a parlare dopo quattro anni di silenzio a due guardie penitenziarie del carcere di Opera di Milano, un segnale importante, lanciato ad amici, amici di amici e nemici. Zu Totò non è cambiato; si sente al centro del mondo, nessun cedimento, allusioni, ammiccamenti, messaggi in puro stile mafioso. Ha affermato:«Io sono un detenuto perfetto, sono uno che mi faccio gli affari miei, non so niente di nessuno. Se faccio parte di Cosa Nostra o se sono il capo dei capi, non sono tenuto a dirlo a nessuno. Io vedo però al di là di queste mura». Chi vuole intendere intenda.

L’atteggiamento di Riina rispecchia perfettamente il personaggio, il ruolo che ricopre. È chiaro che ha molto da dire, sa cose che probabilmente minerebbero le fondamenta della nostra Repubblica. Ma non dobbiamo solo domandarci cosa egli sappia, ma anche chi lo ha messo in condizione di potere essere, anche dietro le sbarre, una tale minaccia. Perché lo è. Probabilmente non sapremo mai niente, ma la forza sgretolatrice del seme del dubbio è incredibile. Adesso la sensazione di “avere venduto l’anima” è forte e non c’è percorso di espiazione che tenga. L’incontro fra Stato e mafia non avrebbe mai dovuto avvenire. Credo inoltre che la disaffezione dei cittadini per la politica sia dovuto anche a questo. Riina è un sociologo migliore di quanto crediamo: le trame oscure della mafia, i luridi mercanteggi, le minacce, la violenza dovrebbero essere affrontati con mezzi adeguati sicuramente ma anche e forse soprattutto con la limpidezza di chi opera per la giustizia, per il “bene”. I nostri rappresentanti dovrebbero rappresentare questa cristallina limpidezza, ma così non è e il criminale lo sa e ci gioca, gioca con noi, con le nostre angosce che nascono dall’impossibilità di avere chiarezza e trasparenza dalla nostra classe politica tutta.

Il boss corleonese ha parlato di Giulio Andreotti come di un galantuomo, di Renato Schifani di una mente. Nel videoregistrato dagli investigatori si vede come il volto del padrino assuma un’espressione sorridente quando pronuncia le parole di stima per Schifani. Riina conferma la ricostruzione dei pm sul suo arresto, avvenuto il 15gennaio 1993. Questo è stato uno dei passi cruciali nel puzzle del patto Stato – mafia, reso ancor di più misterioso dalla mancata perquisizione del covo del boss, poi ritrovato completamente vuoto, non credi?

La forza di certe parole sta nel messaggio velato, a volte neanche troppo, che certe affermazioni contengono. Ogni espressione che condisce il messaggio serve ad arricchirne il significato intrinseco. Riina sa, sa di sapere e vuole che altri sappiano che lui sa tutto questo. Chi siano tutti i destinatari dei suoi messaggi non è dato sapere. Ma intanto la bomba mediatica è scoppiata. La deflagrazione, l’esplosione sembrano essere temi ricorrenti e cari alla criminalità organizzata, deve essere qualcosa legato alla violenza che costituisce e permea l’esistenza dei suoi stessi affiliati. Un errore che noi commettiamo d’altra parte è quello di lasciarci travolgere da queste fumacee di affermazioni “esplosive”, perdendo di vista quello che deve essere il nostro obiettivo: continuare nella lotta alla criminalità organizzata e acquisire quella limpida coscienza civile e morale che ci può consentire di rendere l’Italia un posto migliore.

19 luglio 1992, sono trascorsi oltre 20 anni dalla strage di stampo mafioso in via d’Amelio che ha causato la morte del giudice Paolo Borsellino e degli uomini di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Cosina, Antonio Vullo e Claudio Traina. Borsellino era solito alzarsi alle 5 di mattina, con la sua solita ironia riusciva a drammatizzare anche la morte annunciata, la sua morte annunciata; diceva che lo faceva per “fregare il mondo con due ore di anticipo” e lo ha fatto anche quella mattina. Io ero piccola, troppo piccola per capire e ricordare qualcosa di quel 19 luglio. Tu di quel sorriso accattivante, in parte nascosto dai baffi cosa ricordi? Quale sensazione hai provato non appena hai appreso la notizia della sua morte?

Stranamente la morte di Borsellino e la morte di Falcone, negli anni si sono fuse insieme, pur mantenendo ognuna la propria drammatica singolarità. I ricordi sono vividi, l’espressione del giudice Borsellino, affabile e ironica è stampata nella mia mente, ma la tragica fine dei due giudici è per me, come per molti un unico messaggio, un'unica congiunta spinta: mai più una stagione come quella e costante contrasto ai comportamenti criminali, senza pontificare, senza martiri, senza crociate. La morte di Borsellino, ancor più di quella di Falcone, aveva il sapore amaro della scomparsa dell’uomo qualunque, inteso nel senso più meraviglioso del termine; era morto il caro vicino di casa, la persona per bene che sembrava fare semplicemente il suo lavoro. Ciò che dovevamo e dobbiamo continuare a fare è fare il nostro dovere di persone oneste, di cittadini retti. Questo è ciò che rimane a me.

Borsellino aveva scelto di rimanere in Sicilia, aveva scelto di non lasciare la sua terra e di combattere affinché le cose potessero cambiare. La sua purtroppo è cronaca lucida e disperata di un servitore dello Stato che aveva visto tutte le difese crollargli addosso con il massacro di Giovanni Falcone. Tuttavia il giudice aveva una grandissima fiducia nei giovani. «Quei giovani avevano capito appieno qual era la battaglia che si stava conducendo, quali prezzi altissimi si dovevano pagare e quali prezzi bisognava accettare. … I giovani e la popolazione studentesca sono la parte più vicina alla magistratura e alla lotta alla mafia», così diceva Paolo Borsellino. Oggi i giovani sono ancora una vera speranza per il futuro legale?

Io credo che non ci siano solo i giovani. Sembra quasi di volerli sobbarcare di responsabilità che devono invece essere suddivise equamente e proporzionalmente fra tutti cittadini. Non è una polemica con le affermazioni di Borsellino, ma la volontà di non volere fare a scaricabarile con chi verrà dopo di noi. È compito di tutti educare al meglio, con i migliori principi, le nuove generazioni, ma non è corretto delegare certe battaglie ai figli. È compito di chi è attualmente in un ufficio, in un’industria, in una amministrazione, in una scuola, in un ospedale, a casa a fare da mangiare o davanti ad un computer a scrivere opporsi ad un atteggiamento che è diventato in Italia un brutto marchio di fabbrica: “è così, non ci si può fare niente”. Col cavolo! Non è un’utopia studentesca una società migliore, libera da mafia, corruzione, e quant’altro. Non possono i giovani essere d’esempio agli adulti, c’è qualcosa di malsano e innaturale. Sveglia!

Era il 25 giugno 1992 quando il giudice ha tenuto il suo famoso discorso alla biblioteca comunale di Palermo. Ha annunciato la prossima strage in diretta, nascondendo l’orrore. Il suo era un timbro impastato, roco, da fumatore incallito. Quel massacro annunciato è arrivato il 19 luglio. Oggi si attende ancora la voce di Paolo Borsellino, non la frequenza registrata, non la riproduzione, il suono autentico nel momento in cui è stato emesso. La domanda che sorge spontanea è sapere se quella voce di un uomo solo è scampata alla strage oppure se è rimasta seppellita sotto i calcinacci di via d’Amelio.

Il fatto che, in un Paese come il nostro dove si insabbia tutto, dove si fa disinformazione su molti argomenti, ancora si ricordino non solo le morti ma soprattutto le vite di persone come Borsellino, Falcone, e molti altri la dice lunga sulla forza della voce di questi personaggi. Certe verità sono sicuramente ancora sotto i calcinacci e le macerie di quella strage, forse ci resteranno, ma intanto qualcosa è cambiato da quel momento, qualcosa ancora cambia e continua a mutare. I tempi sono quelli italiani, infiniti, non siamo certi famosi per la rapidità dei nostri adattamenti, soprattutto se virtuosi, però c’è movimento, c’è fermento. È bene continuare a farle riecheggiare queste voci.

Giulia Farneti e Alessandro Bertolucci
 

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