Il morbo di Haggard: il McGrath che ci piace

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Per chi ha amato la passione claustrofobica di Follia e l’immobilità angosciosa di Grot...

Per chi ha amato la passione claustrofobica di Follia e l’immobilità angosciosa di Grottesco non può non innamorarsi de Il morbo di Haggard.

Considerato una sorta di prequel tematico di Follia, il libro tratta la relazione tra un giovane medico, Edward Haggard, e Fanny Vaughan, la moglie di un suo stimato collega, durante la seconda guerra mondiale.
Il rapporto è un crescendo di furtivi incontri, macchinazioni pericolose che porterà ad un distacco violento e traumatico per il protagonista, il quale sarà costretto ad abbandonare l’ospedale e diventare il medico condotto di un piccolo paese inglese.

Tutto cambia quando un giorno si presenta nel suo studio un ragazzo che, rivolgendosi al dottore afferma: «Penso che lei abbia conosciuto mia madre». È James Vaughan, figlio di Fanny. La madre è morta ed è al corrente del loro rapporto passato. Più volte si recherà da Edward per sapere la verità che a poco a poco viene a galla smascherando un’ossessione feticistica, un ricordo adorato come se il pensiero fosse la reliquia dello spirito di Fanny per culminare in un finale inaspettato e sconvolgente dove la psiche umana si svela nella sua perversione.

Dal ritmo serrato nella seconda parte del romanzo si assiste ad una bieca trasformazione del protagonista e del giovane pilota di Spotfire. Ma è realtà o illusione?

Con Il Morbo di Haggard ritroviamo il Patrick McGrath dedito alla descrizione precisa della psicologia dei personaggi, assorto in una storia coinvolgente e opprimente dove solo le ultime pagine daranno luce.

Valeria Nisticò

(Fonte foto web: xn--80aqafcrtq.cc)

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