Il racconto straziante di una profuga quindicenne

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Il racconto straziante di una profuga quindicenne. La fuga è l’unica via d’uscita, per chi n...

Il racconto straziante di una profuga quindicenne.

La fuga è l’unica via d’uscita, per chi non vuole rinunciare ad avere un futuro… Ma poi, il futuro di chi decide di lasciare la propria terra, spesso, non è migliore… Cosa sono i rifugiati? Per i cittadini dei paesi europei solo dei numeri; oppure, addirittura, usurpatori e vagabondi.

Le persone capaci di provare solidarietà si commuovono, guardando le foto sui giornali… ma solo per un attimo: poi, anche per loro, il problema viene accantonato tra le tante cose di secondo piano, quelle che non tocca loro gestire… E il destino del popolo siriano torna ad essere avvolto dal buio.

I poveri profughi vengono emarginati, o diventano merce di scambio, lavoratori da schiavizzare, individui da tenere alla larga. Gente che si può far dormire nei fienili… quando si vuol far loro del bene.

Lasciare il mio paese, mio padre e i miei fratelli, i miei compagni, il mio mondo, affrontando un viaggio incerto e drammatico, è stato straziante. Noi avremmo voluto condividere con loro ogni avversità. Invece io, la mamma e mia sorella più piccola, che aveva appena cinque anni, ci siamo trovate a dover intraprendere, contro la nostra volontà, la triste traversata ‘della speranza’.

Abbiamo viaggiato per giorni in 250 su un barcone che avrebbe potuto portare al massimo 100 persone… La prima giornata di navigazione è stata tranquilla, il sole ci riscaldava e ci infondeva speranza. I guai sono cominciati il secondo giorno. Il cielo era coperto di nuvoloni, e in lontananza si udivano tuoni minacciosi, che ricordavano il fragore sinistro delle bombe. Gli scafisti erano nervosi e irritabili. La paura si era impossessata di tutti noi.

Il terzo giorno il sole ritornò a scaldarci per qualche ora. Era pieno inverno e le temperature erano rigide. La nostra razione di cibo era stata ridotta a un panino al giorno. L’acqua scarseggiava; niente servizi igienici: utilizzavamo un rudimentale capanno fatto con due coperte, e dei secchi che poi si svuotavano in mare. A volte, quando la sete ci faceva impazzire, provavamo a bere acqua salata, ma i conati di vomito ci costringevano a desistere.

I trafficanti di uomini regalavano qualche panino in più alle donne che accettavano di far sesso con loro davanti a tutti, senza aspettare la complicità del buio. Quando questo accadeva mia madre copriva gli occhi a me e a mia sorella con i lembi del mantello. Hanno provato ad offrire cibo anche a lei in cambio delle sue attenzioni, ma lei ha rifiutato con decisione, e per questo è stata maltrattata e punita.                                                  

La vicinanza di mia madre e mia sorella, poter sentire l’odore del loro sudore significavano per me sicurezza e conforto, riuscivano a farmi accettare quella situazione terrificante.

I più piccoli, compresa mia sorella, piangevano per la fame e per il freddo. Gli scafisti diventavano sempre più nervosi e violenti, colpivano con le funi, che portavano con sé come arma, chiunque osasse protestare o addirittura fiatare.

La terza notte sopraggiunse, improvvisa, una tempesta che sballottò fortemente l’imbarcazione; mia madre, che teneva in braccio mia sorella, fu investita dall’onda umana dei derelitti che si spingevano l’un l’altro urlando di terrore come animali al mattatoio, alla improbabile ricerca di un po’ di stabilità. La mamma venne a trovarsi nella posizione più sfavorevole, essendo vicina al bordo del gommone. Nell’impatto con gli altri disperati, la mia sorellina le sfuggì dalle braccia e finì in mare insieme ad altre persone, senza che nessuno di noi potesse far niente. Mia madre tentò di buttarsi a sua volta, ma finì sul fondo del barcone, calpestata dagli altri. Continuò ad urlare il nome di mia sorella fin quando non ebbe più voce: da quel momento smise di parlare. Un bambino che inveì contro un trafficante, accusandolo della morte di mia sorella, fu scaraventato a sua volta in acqua.

Vidi annegare tra le onde la mia sorellina al chiarore spettrale della luna che, a tratti, appariva fra le nuvole. Scomparve lentamente, assieme alla mia illusione di un futuro felice… quello che i miei mi avevano promesso per convincermi a partire. Mi vergogno a dirlo ma sono arrivata ad invidiare mia sorella che, ormai, ha finito di soffrire».

 

La ragazza riprende fiato, fa un forte respiro e ricomincia il suo racconto:

«‘Stai tranquilla, Feben - mi ripeteva papà - farete un viaggio bellissimo e andrete in un posto favoloso. Gli italiani sono persone generose e fantastiche. Raggiungerete tuo zio e i tuoi cugini, loro sono lì da due anni e parlano correntemente l’italiano. Anche tu e tua sorella andrete a scuola e, appena possibile, pure io e i tuoi fratelli approderemo in Italia: così torneremo ad essere una famiglia felice’».

Si concede ancora una pausa per riorganizzare i suoi dolorosi ricordi.

«Il maltempo improvviso rese la situazione più critica. Le onde erano alte tre metri, e la barca cominciava a riempirsi d’acqua. Il panico era visibile negli occhi di tutti.

Eravamo a quattro ore dalla Sicilia. L’acqua continuava a salire e, per alleggerire il carico, i trafficanti buttarono in mare una decina di persone o forse più, fra cui anche una donna incinta. Io ero letteralmente impietrita; sentivo le braccia di mamma che mi stringevano forte, fino a farmi male, era come se nella sua disperazione avesse paura che le sfuggissi anch’io, finendo in mare come mia sorella…

Dopo un’eternità, finalmente arrivarono le imbarcazioni della Croce Rossa, portandoci in salvo, a Catania.

Fatti i controlli e gli accertamenti previsti ci trasferirono qui, in un centro di accoglienza allestito in una struttura religiosa, dove abbiamo incontrato mio zio e i miei cugini.

Sarà forse stata l’emozione per aver ritrovato i suoi nipoti e suo fratello, fuggito dalla Siria quasi un anno prima di noi, dopo che sua figlia, sua moglie e suo genero erano stati uccisi dai ribelli, o la gioia di sapermi finalmente al sicuro, sta di fatto che da quel giorno mia madre ricominciò a parlare.

Quello è stato l’unico momento in cui mi sono sentita felice: quando la mamma ha pronunciato di nuovo il mio nome.

Gli incontri di condivisione con gli altri rifugiati, organizzati dalla parrocchia, hanno suscitato in tutti noi forti emozioni. Poter parlare di nuovo la nostra lingua ci ha aiutato a vincere la paura e i pregiudizi, al punto che la distanza con i nostri cari rimasti in Siria ha cominciato ad apparirci meno incolmabile. Il clima festoso e gioioso che si è stabilito all’interno dei gruppi ci ha giovato e, col tempo, abbiamo affrontato ogni contrarietà con calma e con spirito costruttivo.

Poi, finalmente, è arrivato il momento in cui anche papà ha trovato il modo di farci sapere, tramite mio zio, che era sbarcato a Catania. Per noi era stata un’attesa logorante e interminabile.

Ci siamo rivisti dopo qualche giorno; ma, ancora una volta, il destino aveva in serbo per noi una tragedia, un altro frutto velenoso della sorte disumana che era stata scritta per noi. Dopo la separazione non avevamo saputo più niente dei nostri congiunti, fino alla notizia che erano sbarcati in Sicilia. Grande è stata la disperazione quando, dal pullman, abbiamo visto scendere papà accompagnato unicamente dal mio fratello maggiore… Ci hanno spiegato fra le lacrime che il più piccolo, che aveva solo quattordici anni, era rimasto ucciso in un bombardamento.

Papà aveva voluto attendere di essere accanto a noi per rivelarcelo, nella speranza che la riunificazione potesse aiutarci a superare anche quella tragedia.)

Antonia Caprella

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