OM Carrelli Bari. La CGIL contro il colosso tedesco Kion

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BARI- Non c’è pace per lo stabilimento della OM Carrelli Elevatori di Bari. Lo st...

BARI-  Non c’è pace per lo stabilimento della OM Carrelli Elevatori di Bari. Lo storico marchio, simbolo dell’industria italiana nel mondo, è da anni di proprietà del colosso tedesco Kion, che ha deciso la chiusura dello stabilimento di Bari.

I sindacati e i lavoratori si sono adoperati con ogni mezzo per evitarne la chiusura. Blocchi ai cancelli, ostruzione agli altri operai venuti a caricare i macchinari. Sono serviti a poco. Le istituzioni hanno fatto quanto era in loro potere, ma niente. La sorte era ormai segnata.
Ma se la sorte era ormai scritta, per lo stabilimento si mantiene viva qualche speranza. Infatti nella giornata del 14 gennaio la FIOM CGIL di Bari ha presentato le sue condizioni per firmare l’accordo con la Kion, ovvero rendere nuovamente disponibili stabilimento e macchinari e, se ci deve essere cessione, a pubblico o privato che sia, questa deve essere condizionata alla sua reindustrializzazione.
Il colosso tedesco si impegna a cercare nuovi investitori interessati alla OM, i cui cancelli sono chiusi da ue anni e con ben 230 lavoratori in cassa integrazione. Sono loro i veri protagonisti della storia, che per mesi si sono barricati insieme alle loro famiglie ai cancelli della OM. Sono loro che impedirono di portare via i carrelli elevatori già pronti dallo spiazzo antistante la fabbrica.
Il fatto che non avessero portato via i macchinari lasciava viva qualche speranza. Speranza che voleva significare mantenere il posto di lavoro. Temevano che l’azienda lasciasse Bari per produrre all’estero.
L’azione di disturbo costo a 29 operai una denuncia, ma la Kion, con la firma dell’accordo, ha ritirato la denuncia, dietro smantellamento del presidio, con conseguente abbandono della protesta.
Lo stabilimento è desolatamente vuoto. E al vuoto si aggiunge la preoccupazione di Pino Gesmundo, segretario generale CGIL Bari, il quale afferma che, senza i macchinari, la situazione peggiora. Nei prossimi giorni, esattamente il 19 gennaio, ci dovrebbe essere al visita allo stabilimento di un investitore interessato al sito, con a capo l’ex responsabile commerciale della Iveco Bus Division. Troverà una situazione totalmente diversa rispetto a quanto visto nelle due precedenti visite.

Anche sul capannone e sulla sua disponibilità, l’ultima parola spetta alla Kion. Nello stesso accordo , come afferma Gesmundo, si legge che le condizioni per una nuova industrializzazione sono peggiorate e, inoltre, in una clausola, è scritto che il patto non vale senza la firma della FIOM. Però Gesmundo mantiene aperti i canali di collegamento e si dice pronto a riaprire le trattative, naturalmente alla presenza della CGIL. Infine il segretario generale chiede che nell’accordo siano reinserite tutte le migliorie ottenute anche grazie all’appoggio e all’interesse delle istituzioni.
Se così non fosse, la CGIL proseguirà con le iniziative e di lotta e presenteranno denuncia contro l’azienda per comportamento antisindacale, perché la revoca delle denunce e la sospensione di iniziative di lotta non possono essere messe sullo stesso piano.
In conclusione Gesmundo chiede che il sito sia messo nuovamente in produzione, escludendo altri usi diversi dalla produzione industriale.


Giovanni Dimita

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