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Analisi della poetica di Saffo

Piemonte > Torino

TORINO 17 MARZO - Saffo nacque a Ereso, un piccolo centro di Mitilene nell’isola di Lesbo dove trascorse la maggior parte della sua vita, nel 640 a.C., vissuta tra il VII e il VI secolo a.C., di famiglia aristocratica. Non si hanno fonti certe sulla data della sua morte e si sono tramandati solo frammenti dei suoi stupendi componimenti. Curò l'educazione di gruppi di giovani fanciulle, incentrata sui valori che la società aristocratica richiedeva a una donna: l'amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l'eleganza raffinata dell'atteggiamento.

Nel contesto culturale dell’epoca, diverso dalle epoche successive, scopriamo liriche che alludono a rapporti di tipo omosessuale con le sue giovani studentesse. Ad una di loro dedicò una poesia che successivamente proporrò come poesia della settimana. I rapporti a cui allude la poetessa sono reali dalle mie interpretazioni, anche se non avendo fonti certe, non si può affermarlo con fermezza.

La poetessa nutriva per le fanciulle che educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale. Tale pratica non era immorale in quel tempo inserito nel contesto storico-sociale; vi era una netta separazione dei sessi con una visione della donna come signora del governo domestico. La visione dell’erotismo per gli antichi Greci era lontano dalla pedofilia e tutelava i bambini di ambo i sessi. Non necessariamente la donna dei componimenti di Saffo doveva essere “innamorata” delle destinatarie delle liriche della poetessa che avevano quale 'io lirico' il personaggio Saffo: esse potevano essere la riproposizione a fini educativi di una gamma di situazioni affettive, sentimentali, relazionali, erotiche.

La parola "lesbico/a" deriva dal nome della sua isola natale, Lesbo, mentre il nome della poetessa ha dato origine alla parola "saffico"; tale termine non è stato applicato all'omosessualità femminile prima del XIX secolo. Le voci narranti di molte delle sue poesie parlano di infatuazioni e di amore, a volte ricambiato, a volte no, per vari personaggi femminili.
Sono presenti inoltre immagini malinconiche da cui hanno “origine” i poeti elegiaci. Saffo è intrisa di questa forte malinconia; lei indaga sulle emozioni provate da una persona innamorata, in particolare nella focalizzazione femminile.

Saffo scrisse in dialetto eolico di Lesbo. La sua poesia, elegante e sublime, si espresse in diverse forme metriche fra cui un nuovo modello di strofe, dette "saffiche", composte di quattro versi ciascuna (tre endecasillabi saffici e un adonio finale). Tale forma metrica fu ripresa da molti poeti, fino alla "metrica barbara" di Carducci. I versi della poesia elegiaca sono presenti non solo nella poetessa greca, ma anche nel suo successore latino Catullo.

La ricca produzione letteraria di Saffo c’è giunta in pochi frammenti di una certa ampiezza e numerosi di piccola mole e di difficile comprensione.

Frammenti di Poesia

Fortunato quanto gli dei a me pare colui che siede di fronte a te e da vicino ode la tua voce e il riso melodioso…”

“Scuote l’animo mio Eros, come vento sul monte che irrompe entro le querce; scoglie le membra e le agita, dolce amaro serpente indomabile”.

Più corretta la traduzione per il primo frammento di poesia: “mi pare essere simile agli dei quell'uomo che siede di fronte a te e ti ascolta da vicino mentre parli e ridi dolcemente".

Questa lirica è stata considerata, fin dall'antichità, come una riuscita descrizione dei segni fisici che si manifestano per la passione amorosa. Saffo descrive tutto ciò che prova alla vista della persona amata.
E’ quell'uomo ad essere simile agli déi per il fatto di potersi pregiare della vicinanza e dell'attenzione della donna (questo agli occhi di Saffo ) e, soprattutto, per la sua impertubabilità (che si contrappone al tormento della poetessa).

Dividerei i frammenti analizzandoli brevemente e in maniera più vasta considerandoli non fini a se stessi. Intendo dire che spesso i frammenti di Poesia giunti a noi si possono certamente legare tra loro. Ci tengo a dirlo per non dissacrare, nella mia spiegazione, l’analisi poetica limitata ai soli due frammenti citati.

Nella prima appare l'amata, e quell’uomo che sembra quasi un dio a chi l'osserva. Proprio là, sotto quel porticato, Saffo scorge un uomo seduto accanto alla donna da lei amata: è talmente fortunato quell’uomo a godere del sorriso della fanciulla che la poetessa lo paragona per beatitudine agli dei, mentre lei, là nell’angolo, così lontana dai due e così lungi dall’aurea beata che appartiene agli immortali, si strugge e si consuma per una gelosia che viene espressa in tutta la sua sintomatologia.

L’uomo che ammira la fanciulla che parla e ride, lo ripeto, è davvero simile agli dei immortali. Mi spingo oltre nella mia osservazione, lasciando un punto interrogativo: E’ definito “simile agli dei” perché sta per portare via la fanciulla per sempre?

Nella seconda sono descritti gli effetti che questa visione causa nella donna. E qui l'impressione iniziale si capovolge: a una serena contemplazione subentra il tumulto dei sensi; l'amore non è felice ma tormentoso e quasi prossimo alla morte. Proprio questo induce a pensare che nella lirica si esprima il sentimento della gelosia: i sintomi della passione, dunque, sono generati sì da amore, ma da un amore non ricambiato.
I componimenti della poetessa di Lesbo evidenziano, spesso, all’inizio della raccolta poetica, la preghiera che la donna rivolge ad Afrodite.

Tra l’altro è attestato che Saffo abbia ripreso lo stile degli inni omerici, invocazioni agli dei che si svolgevano prima delle gare tra aedi e rapsodi nelle corti o per le strade, dove questi chiedevano assistenza nell’elaborazione di versi. A differenza della poetessa, questi però non avevano alcun tipo di confidenza con le divinità. Precisamente nell’Ode ad Afrodite è messa in evidenza dall’autrice un rapporto molto vicino ed intimo con la dea, tanto che alla fine dell’ode la poetessa ha voluto apporre una sorta di sigillo, chiamato sfreghìs, che consiste nell’apporre nel testo il proprio nome per evitare una “contaminatio” successiva.

Gian Luca Cossari