'I pugni in tasca' di Bellocchio. E' cambiata la famiglia dal '68 ad oggi?

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LAMEZIA TERME (CZ), 2 MARZO - Ieri sera al Teatro Politeama di Lamezia Terme è stat...

LAMEZIA TERME (CZ), 2 MARZO - Ieri sera al Teatro Politeama di Lamezia Terme è stata la volta de “I pugni in tasca”, penultimo appuntamento della stagione 2010/2011.
Si tratta di un’opera scritta da Marco Bellocchio e diretta da Stefania De Sanctis.

Protagonisti Ambra Angiolini e Pier Giorgio Bellocchio, figlio del noto regista.

Della compagnia fanno anche parte Giovanni Calcagno, Aglaia Mora, Fabrizio Rongione e Giulia Weber.

La pièce teatrale trae origine dall’omonimo film del 1965 - girato da Bellocchio -  e ne è una rivisitazione.

Nel corso di tutti questi anni erano stati in molti a proporre a Bellocchio una riduzione per il teatro del film “I pugni in tasca”. Ma nessuna di queste trasposizioni conteneva un qualcosa di nuovo, nè aveva l'intento di “reinventare” il capolavoro cinematografico.
Forse anche la deferenza nei confronti di Bellocchio e del suo famoso film, che divenne un cult degli anni ’60, aveva impedito che i vari autori delle riduzioni si permettessero di manipolare più di tanto il copione originario. Risultato: i dialoghi originari erano semplicemente riassunti, nell’intento di mantenere la rappresentazione dentro la casa, cioè il palcoscenico a scena unica. Le azioni erano le stesse di quelle del film, ed erano ambientate nel ’68… Di qui i ripetuti no detti da Bellocchio a tali copioni, finchè, dopo aver incontrato la regista, gli attori ed il produttore giusti, non si è deciso lui stesso a riscrivere il copione, curando personalmente la riduzione e l'adattamento teatrale della pellicola.

Un palcoscenico a scena unica, costruito su più livelli, ci permette di vedere contemporaneamente tutte le stanze della casa dove è ambientata la storia , grazie a pannelli trasparenti ed a una pedana girevole.

Tutta la vicenda su svolge all’interno di una famiglia medio-borghese, proprietaria terriera, composta dall’anziana madre, cieca, tre fratelli e una sorella.
Dei fratelli, il maggiore -Leone - ha dei problemi psichici ed ha bisogno di essere accudito costantemente dai familiari; il secondo, Alessandro, è un perdigiorno a volte isterico, che spesso e volentieri rivolge le sue attenzioni sessuali verso la sorella Giulia, una giovane inquieta, ma legata alla famiglia.
L’unico a lavorare è Augusto, che amministra il patrimonio terriero di famiglia, consentendo ai suoi di vivere dignitosamente, ma non certo nel lusso.
Tranne Augusto vivono tutti nell’ozio, passano le giornate inutilmente, non fanno nulla e sono assecondati dalla madre che ha una visione della vita improntata alla religiosità ed al fatalismo… Anche i figli sono stati educati, secondo questa forma mentale, alla rassegnazione, alla rinuncia, alla sofferenza.
La madre è pacifica, buona, caritatevole; le sue convinzioni religiose la inducono all’accettazione della condizione propria e del figlio - che è fuori di testa - e ad esigere da tutti i fratelli la tolleranza per la pazzia, inquietante, del figlio bisognoso di attenzioni. Dunque il “pazzo” finisce per condizionare la vita di tutti gli altri fratelli, che vivono in funzione di lui e aspettano che questi dorma per poter muoversi ed agire all’interno della casa.

Augusto è il più “normale” tra i fratelli: ha un lavoro, dei sentimenti, qualche ambizione, quella di sposare la donna con cui si frequenta e di cui la sorella Giulia è gelosa.

Ma la chiave di volta dell’intera rappresentazione è il personaggio di Alessandro: egli è forse la figura centrale, anche perché ha un ruolo ed una caratterizzazione psicologica più complesse.

E’ affetto da epilessia, anche se non è questo il suo reale problema: egli è un soggetto nevrotico e che si sente oppresso nella sua situazione familiare. E’ stanco di doversi prendere cura della madre cieca e del fratello Leone, che a tratti ricorda un autistico e per dar sfogo alle sue frustrazioni si lascia andare ad effusioni incestuose verso la sorella.

E’ oramai esasperato dall’andazzo familiare. Gli balena nella mente come una scintilla l’idea del duplice omicidio, che poi pian piano prende corpo fino a realizzarsi in modo macabro ed agghiacciante: in preda ad un moto di lucida follia, Alessandro si libera prima della madre e poi del fratello malato di mente.

La loro soppressione è un atto liberatorio ed egoistico al tempo stesso, un voler affermare sugli altri la propria personalità ed un voler rivendicare il proprio spazio vitale. Un gesto maturato nel tempo ma compiuto in un impeto di esasperazione.

E’ a questo punto che si crea una sorta di complicità perversa e morbosa, che va oltre l’amore fraterno, fra Giulia e Alessandro, sempre prodigo di attenzioni verso la sorella, che, dapprima recalcitrante e schifata dai suoi atteggiamenti, finisce per soggiacere completamente agli istinti sessuali del fratello..

Si tratta dunque di una storia drammatica , in chiave psicologica. E' un’analisi, ma al tempo stesso una denuncia a tinte forti della crisi della famiglia, che nella nostra cultura è sempre stata vista come luogo rassicurante, confortevole, roccaforte dei valori e delle certezze, porto sicuro dove rifugiarsi durante le tempeste, e che sicuramente ancora lo è, per fortuna.
La Chiesa ha sempre dato grande importanza e grande peso alla famiglia, considerandola come nucleo fondamentale, cellula elementare sulla cui base è costruita la nostra società. Ma Bellocchio mette in discussione e fa vacillare anche questa visione positiva e fiduciosa, accendendo i riflettori sul malessere di questo piccolo e complesso universo che rischia di disintegrarsi...
Anche nella rappresentazione la famiglia viene raffigurata come un microcosmo; solo che qui i personaggi vivono racchiusi nel loro guscio, dove non c’è spazio per i sentimenti , dove ci si sopporta a stento, si vive alla giornata in modo piatto. Questa famiglia non è un’isola felice, ma un luogo di malessere, disagio, e di tensioni.
Ogni personaggio pur vivendo all’interno del “focolare” domestico è caratterizzato da una sorta di vuoto interiore, per colmare il quale è proteso disperatamente alla ricerca di affetto, nel tentativo di vincere la propria angoscia ed il proprio senso di inutilità.
I rapporti umani sono resi difficili da questo senso di inadeguatezza e a tratti vengono esasperati.

Nella società di oggi come in quella degli anni ’60 vi sono tantissime sollecitazioni e tantissime situazioni che tendono a disorientare ed a influenzare l’equilibrio già precario dell’individuo, minando alle fondamenta la solidità dell’istituto familiare.
“I pugni in tasca” parla di una famiglia “borderline”, è vero, ma ciascuna delle figure che si muove all’interno della pièce, con le sue implicazioni psicologiche, è assolutamente verosimile: ognuno dei personaggi potremmo benissimo incontrarlo nella vita di tutti i giorni.
E poi, se ci pensiamo, l’egoismo, la violenza, la solitudine, il vuoto di valori ed affettivo, per dirne solo alcuni dei più comuni, sono problemi reali dell’uomo della nostra epoca.
Ed è proprio per sfuggire da questo modello deviato di famiglia che dobbiamo guardarci intorno e guardarci dentro, riflettendo su dove stiamo andando noi stessi, la famiglia e l’umanità intera. E quel che più conta, è importante cercare di recuperare il buon senso e una buona dose di etica nel nostro agire quotidiano…

Anche i due delitti che vengono consumati nella casa, lungi dall’essere situazioni meramente fantasiose o paradossali, sono -ahimè- di grande attualità ed estremamente verosimili. Basti guardare la cronaca di questi ultimi giorni per vedere come ciò non sia affatto distante dal vero.
Ed il folle omicida, figlio di buona famiglia, della finzione teatrale, potrebbe essere benissimo il “mostro “ della porta accanto, che nessuno avrebbe mai sospettato…

Era difficile elaborare un adattamento teatrale del genere senza correre il rischio di tediare lo spettatore, per la particolarità e la spinosità delle tematiche affrontate. Inoltre non era facile trasporre il film sulle tavole del palcoscenico. Si sa che nel cinema i tempi e gli spazi sono più dilatati e consentono un respiro maggiore al racconto, mentre nel teatro bisogna fare i conti col palcoscenico a scena unica .
Non ostante ciò possiamo ben dire che il tentativo dei Bellocchio è riuscito, grazie all’essenzialità del copione, grazie alle trovate sceniche, al ritmo ora lento ora più veloce e grazie soprattutto all’abilità degli attori, tutti bravissimi nel dar vita e voce ai propri personaggi.
La recitazione ha toccato delle punte di drammaticità, senza tuttavia cadere nel patetico o nella retorica.

Resta pur sempre una trama che turba lo spettatore, lo affascina, lo lascia perplesso... ma è una storia che si beve tutta d’un fiato e che con i suoi colpi di scena tiene sempre viva l’attenzione degli astanti.

Ottima la risposta del pubblico, nonostante il tema un po’ scabroso.
 

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