L'economia mondiale a pezzi: il nuovo corralito

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ROMA, 15 FEBBRAIO 2012- Roma non vedrà le Olimpiadi che in televisione. Questa decisio...

 ROMA, 15 FEBBRAIO 2012- Roma non vedrà le Olimpiadi che in televisione. Questa decisione del Governo italiano, che molto più che noi e gli economisti di cattedra conosce i numeri economici del Paese, fa intuire. Non possiamo permettercelo. Troppa spesa a fronte di un rischio: che non ci tornino indietro i soldi, soldi che del resto non abbiamo, neanche per un anticipo. Però “fa strano”: le origini delle Olimpiadi risiedono nell’Antica Grecia, proprio lo Stato che, tra domenica e lunedì scorso, ha visto il piano austerity “promettere” lacrime e sangue alla popolazione già a terra. Sarà un caso, ma anche questo filo sottile non allontana le sorelle figlie della cultura ellenistica. Del resto vicine, anche geograficamente. La Grecia però aveva esagerato: con uno spread a 2900 punti ed un indebitamento al 160% del PIL proprio non è paragonabile all’Italia. Ma al Portogallo? Forse. L’agenzia di rating Fitch né più né meno ha definito il Portogallo “JunK”. Monnezza, spazzatura. L’indebitamento lusitano infatti è un’ecoballa: fa incetta di tutti i settori. Per questo al bel premier Pedro Passos Coelho non è rimasto altro che decretatare last minute–così, per cucire le toppe- il “piano Cassa” ovvero l’aumento di gas ed elettricità, più taglio della tredicesima e quattordicesima, più aumento della giornata lavorativa per tutti. Sembra la Grecia. Sembra quasi l’Argentina di dieci anni fa, quando il Ministro Domingo Cavallo dispose il CORRALITO, con un prelievo (un vero sequestro finanziario dello Stato ai danni della gente) di 250 pesos a settimana. I nostri 50 euro*. Lo spread era ai massimi livelli ed il Paese, com’è facile intuire, si ribellò con una “intifada” che non risolse nulla. Semmai ritrovò un Paese che dal baratto, cercò di ricominciare con un’autodisciplina del risparmio e del lavoro. Le aziende, svendute alle multinazionali, da guadagnare “quasi niente”, hanno ricominciato a guadagnare poco di più e poi qualcosa in più. Fino a risollevarsi (poco, ma quanto basta per non morirci). Tanto che ci si potrebbe  chiedere: Non sarà questo il destino dell’Europa di oggi? Quello del Corralito argentino e storia annessa? Forse. Gli Stati orientali, intanto, stanno a guardare. La Cina ad esempio, che nell’economia mondiale e in quella Europea ha un peso, ha operato una mossa diversa. Dopo la morte di Mao Tse- Tung (1976), essa di fatto si è “consegnata” al nostro occidente, aprendosi al Capitalismo. Questo è fondamentale perché l’Italia, come la Germania e la Francia ora attendono da “lei” un contraccambio, un segno di fiducia, un investimento a lungo termine. Se cioè la Cina pensa che l’Italia stia tornando credibile, compra i titoli del debito europeo, titoli italiani ad esempio, o titoli francesi. O più probabilmente i bund tedeschi. Difficilmente, mostrerà interesse per la “tossicità” dei titoli di Atene. Ma la “China Investment Corporation” non si fida; non solo della Grecia quindi (di cui si comprende la rinuncia), ma di tutta l’Europa in generale, chiudendo i ponti. Anche quelli, son soldi mancati per noi europei. Soldi che non torneranno più almeno per i prossimi 10 anni. Ma come ha fatto la Cina a crescere permettendosi un ruolo così forte nel panorama mondiale? Il trucco fondamentale sarebbe stato quello messo in atto dalle banche: con un ampliamento dei finanziamenti alle imprese per sostenere la crescita (quello che insomma non fa che ripetere Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea). L’economia quindi, Cina insegna, dev’essere reale.

Per Monti, economia reale si crea facilitando i processi di acquisizione delle risorse nel mercato del Lavoro. Non, quindi, una società spaccata tra lavoratori con il posto fisso e lavoratori disoccupati, ma con una popolazione (tutta) in mobilità. Un ricambio di acqua insomma, che crei movimento di danaro.

Con una ritoccatina all’art. 18 (Reintegrazione sul posto di lavoro per licenziamento illegittimo) che è troppo paralizzante e garantista, in una economia che non può garantire alcunché (ma che distrugge la società in termini di ricambio e progettualità oltre che nei diritti) Meglio della situazione attuale europea invece sarebbe quella del Sudafrica con la Botswana, dove il livello di “occidentalizzazione” ha permesso un certo progresso. Ma su un continente di 54 Nazioni, 24 sono al livello massimo di povertà e nel 2012 siamo ad un livello di penetrazione dei mezzi di telecomunicazione quasi allo zero. Non c’è nemmeno acqua (Vedi il Corno d’Africa). Figuriamoci Internet. Sembra quindi che questo leit-motiv della minoranza che detiene il controllo delle risorse, sia un’ingiustizia che sta facendo pagare. Ma un paese povero come la Nigeria è il paradosso. Questo Stato è “il principale produttore di petrolio in Africa, con una produzione che costituisce il 22% di quella complessiva del continente”. Paesi poveri che in realtà sono ricchi, potrebbero ribaltare i poteri del mondo. Perché il vero potere, oggi, ce l’ha chi possiede l’oro nero. “Dai primi anni ’70 ad oggi il governo nigeriano ha incassato oltre 400 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio. Nonostante la ricchezza petrolifera, l’Africa sub-sahariana è il continente con il più basso indice di sviluppo umano del pianeta (0,493 nel 2005)”**.

Gli Stati Uniti, dal canto loro perdono quota: prima con la crisi del subprime e la dichiarazione di bancarotta della Lehman Brothers e oggi con un Obama quasi in ginocchio al cospetto di Monti. Siamo arrivati al punto in cui gli Stati Uniti pregano che l’Europa superi il collasso, sennò è tutto perduto (la domanda di denaro sotto forma di capitali da parte delle aziende è superiore all'offerta da parte delle banche e degli investitori e sarà per tanto tempo così). Un disagio terrificante per chi fino ad oggi ha fatto parte /fa parte del G8 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito,Italia, Canada e Russia) e che, se tutto continua a procedere su questa scìa, rischiano il tracollo, figlio di anni di speculazione, di ingiustizie economiche, sperequazioni retributive, irrazionali politiche di investimento, schizofreniche attenzioni al terziario a danno di alcuni settori del primario che meritavano più visibilità e dignitoso riguardo.

E questo, probabilmente, porterà ad una sadica rivincita degli ultimi: Africa e SudAmerica pian piano cresceranno e coloro che si vantavano fino a qualche tempo fa di detenere il “grosso” dei mercati borsistici, lo perderanno. Probabilmente è vero che gli “ultimi saranno i primi e, i primi, gli ultimi”.

Anna Ingravallo
* (dato acquisito dal n.1245 de “Il Venerdì di Repubblica”)
**(questo dato, da fonte AGI Energia)

 

 

°°° FOTO DI COPERTINA, da fonte www.innovaotrieuropeimassacarrara.wordpress.com

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