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Scuole al margine

Campania

La scuola, nelle intenzioni delle istituzioni, sta diventando sempre più un semplice “centro di spesa”. Tagli, incondizionati ed indiscriminati, per cattedre e sicurezza sono all'ordine del giorno. Ma ci sono dei contesti – come i quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra o Ponticelli, nel napoletano – in cui tagliare una cattedra significa regalare manovalanza minorile – età media tra i 13 ed i 17 anni – alla criminalità organizzata. Perché tagliare cattedre nelle scuole “a rischio” significa, soprattutto, creare l'humus sociale dal quale la camorra pesca i “muschilli”.[MORE]

San Giovanni a Teduccio (Napoli) – È il 13 maggio 2006. I circa 800 studenti dell'Istituto superiore statale “Rosario Livatino” sono costretti a fare lezione in giardino, perché nella notte alcuni vandali hanno allagato i locali dell'edificio, spargendo immondizia ovunque e gettando la foto del “giudice ragazzino” - ucciso dalla Stidda agrigentina il 21 settembre 1990 - tra i rifiuti.
Per tutta risposta l'allora dirigente scolastico Aristide Ricci, in accordo con il corpo docente, decise di rispondere a quel messaggio introducendo durante le ore di italiano, storia e diritto l'”ora di legalità”, un modo per togliere il terreno da sotto i piedi ai clan della camorra, che nel triangolo San Giovanni-Barra-Ponticelli detta legge, basti guardare – tanto per tornare alla stretta attualità – alla festa dei Gigli del quartiere di Barra, trasformata già da qualche anno nella “festa del boss”. Come di stretta attualità – ne parlavamo lo scorso 21 settembre proprio su queste pagine – è l'appello lanciato da Eugenia Carfora, dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Raffaele Viviani di Caivano, dove gli alunni passano quasi tutto il tempo in giardino ad ascoltare musica perché non ci sono abbastanza professori (ne mancano all'appello diciassette) per fare lezione. Ad ascoltare musica e guardare come si scalano le gerarchie camorristiche.

E di professori, alla scuola italiana, ne mancano più o meno ventimila, tagli che rappresentano la terza parte di un piano di licenziamenti – quello previsto dalla legge di stabilità del 2008 – che in totale, tra docenti e personale amministrativo, ha cancellato centocinquantamila posti di lavoro.
Solo quest'anno, per fare un esempio, in Lombardia saranno tagliate 2415 cattedre, 2234 in Campania, 1878 in Puglia e 1093 in Calabria, come ricordava Rocco Vazzana dalle pagine del settimanale “Left” di qualche settimana fa.
I tagli, ogni anno, sono indiscriminati. Colpiscono tanto i licei più importanti delle grandi città del Nord quanto le piccole scuole della periferia degradata del Meridione, dove l'unica presenza – visibile – dello Stato, per citare l'incipit di “Cattivi guagliuni”, il nuovo singolo della 99 Posse, è negli «alveari di cemento» con cui ne è stata realizzata l'urbanistica. Ma la differenza è molto più ampia, perché tagliare una cattedra in una scuola di periferia, o magari in una scuola “di frontiera” come l'istituto Viviani, non corrisponde solo al numero di ore di insegnamento che vengono sottratte. Tagliare una cattedra in questi istituti, quelli che si ritrovano a fare i conti con le piazze di spaccio e con la dispersione scolastica, significa di fatto lasciare – o lanciare, dipende dal grado di imputazione che si vuol dare alle istituzioni - ragazzi di 13-14 anni nelle mani della criminalità organizzata.

Ventottopercento. Che lo Stato abbia derubricato la scuola a semplice “centro di spesa” lo si capisce – tra le tante – anche dai numeri. Come scriveva il 20 settembre scorso l'agenzia “Redattore Sociale”, infatti, il 28 per cento degli edifici scolastici italiani non raggiunge gli standard minimi di sicurezza. «Meno di una scuola su due fra quelle monitorate» - scrive l'agenzia - «possiede il certificato di agibilità statica. Il 42% delle scuole del campione (88 edifici monitorati in 12 regioni, ndr) si trova in zona sismica e lo stato della manutenzione lascia piuttosto a desiderare. La percentuale è quasi la stessa nel caso della certificazione igienico-sanitaria, presente solo nel 40% dei casi. Il dato più grave è quello relativo alla certificazione di prevenzione incendi: ne è provvista soltanto poco più di una scuola su quattro (28%)».
Volendo leggere questi dati non solo nel loro senso strettamente numerico ma anche da un punto di vista simbolico l'importanza che le istituzioni danno alla scuola (ed al comparto “cultura” in generale, ma questa è un'altra storia...) è evidente. E, sempre sul piano simbolico, questo si traduce nell'idea che la scuola, tutto sommato, non serva poi a molto.

Li chiamano “drop out”, “fuoriusciti”. Sono quei ragazzi che dovrebbero stare a scuola e invece non ci vanno. Save the children calcola che siano circa 800mila ogni anno, per lo più maschi (60%) compresi nella fascia di età 13-17 anni. Ogni anno questa fuoriuscita costa allo Stato circa 3 miliardi solo di costi diretti. Soldi che, naturalmente, potrebbero essere utilizzati diversamente. La dispersione – che è definita come “insieme di fattori che modificano il regolare svolgimento del percorso scolastico di uno studente” - si registra maggiormente tra le scuole medie e i primi anni delle superiori (in cima alla classifica gli istituti professionali) e quelle del Meridione. Le cause che portano gli adolescenti a lasciare la scuola sono le più svariate, da forme di nuova povertà dovute alla crisi economica a fattori quali bocciature, espulsione dal contesto scolastico per “troppa vivacità” o situazioni familiari difficili. Per avere un'idea del fenomeno basta rivolgersi, ancora una volta, alla televisione, dove film come “Io speriamo che me la cavo” (1992, regia di Lina Wertmüller) od “'O professore” (2008, regia di Maurizio Zaccaro) spiegano egregiamente cosa rappresenti la scuola in un contesto a rischio.
Un contesto come quello di Parco Verde, tredici piazze di spaccio ed un'economia che gira intorno alla droga. Per questo la dirigente scolastica, dalle pagine dei giornali, aveva invitato a non presentarsi «solo per aumentare i punteggi in graduatoria», rimanere un anno e poi andarsene verso altri – e più tranquilli – lidi.
Un contesto nel quale il ruolo dell'insegnante non è semplicemente quello di riuscire a tenere la classe attenta su lezioni di italiano, matematica, storia o geografia. Nelle scuole delle aree a rischio il primo compito di un insegnante è quello di far capire che il modello alternativo a quello scolastico – quello, cioè, dei ragazzi che vendono le “bustine” davanti alla “Viviani”, ad esempio – è un modello sul quale non ha senso investire. Per questo non è pensabile che ai ragazzi iscritti in queste particolari scuole si presenti un insegnante diverso ogni anno scolastico. Bisogna, in ultima analisi, rispondere ad un modello valoriale di un certo tipo – che porta con sé una ben determinata architettura simbolico-identitaria – con un altro archetipo simbolico-identitario nel quale la scuola, o comunque la cultura, dovrebbe essere il punto principale.

La scuola della seconda occasione. Una necessità simile non può considerare la scuola semplicemente come un edificio in cui parcheggiare ragazzi e ragazze per sei/otto ore al giorno o un “diplomificio”. Deve essere qualcosa di più. E quando le istituzioni – dal governo centrale a quelli locali, in correità – sono assenti, bisogna sperare in qualche buona pratica individuale. E capita, alle volte, che a Napoli i miracoli non li faccia solo San Gennaro.
Nel 1997, ad esempio, tre maestri – Marco Rossi-Doria, Cesare Moreno e Angela Villani – con l'aiuto del Comune allora guidato dalla giunta Bassolino, decide di mettere su un progetto, “Chance” il nome scelto, per arginare la dispersione scolastica. I media, così, iniziano a chiamarli “maestri di strada”. «I docenti che lo attuano devono avere un orario flessibile, essere insegnanti di matematica che sanno fare sport o parlare di pittura o modellare la creta e parlare in dialetto e amare il territorio dove lavorano» diceva Rossi-Doria in merito. Il tempo passato, però, non è un refuso. Perché – come nella peggiore delle tradizioni italiane – lo scorso anno, a settembre 2010, il progetto è stato chiuso. In dodici anni era riuscito a togliere dalla strada e dai tentacoli della criminalità organizzata circa seicento ragazzi dei Quartieri Spagnoli, di Soccavo e della zona Barra-San Giovanni, tanto da essere studiato in tutto il mondo per gli ottimi risultati ottenuti. Non tutti quei ragazzi saranno arrivati alla laurea, ma molti hanno ottenuto la licenza superiore, che in quelle zone è praticamente un'utopia. Ma neanche questo, tutto sommato, è il punto più importante, quello di cui andare orgogliosi. Ogni ragazzo uscito da quella che i maestri chiamavano “la scuola della seconda occasione”, infatti, ha la possibilità di coinvolgere potenzialmente centinaia di altri ragazzi tra parenti, amici e conoscenti. Centinaia di ragazzi che a loro volta possono coinvolgere altre migliaia di ragazzi nelle loro reti di conoscenza e così via, togliendo – anche semplicemente in termini quantitativi – ragazzi che la camorra coopta come manovalanza.
Chi, evidentemente, non andava orgoglioso di questi risultati sono state proprio le istituzioni, che anno dopo anno hanno tagliato i fondi necessari. Ogni roboante arresto che passa in televisione ha dunque ben altro peso se si tiene conto di aspetti come questo. Perché tagliando progetti come “Chance”, per ogni boss il cui arresto passa al telegiornale ci sono tanti ragazzi che vanno ad aumentare le fila dei “muschilli”.

Quell'ultimo articolo. «”Mini-corriere” della droga per conto della nonna: dodici anni, già coinvolto nel “giro” dell'eroina. Ancora una storia di “muschilli”, i ragazzi utilizzati per consegnare le bustine. Questa volta ad organizzare il traffico di eroina era una “nonna-spacciatrice”. Era lei a tenere le fila della vendita con altre due persone ed il nipote». Questo è l'incipit dell'ultimo articolo di Giancarlo Siani, comparso su “Il Mattino” il 22 settembre 1985, a poche ore dall'omicidio.
Quella del “muschillo” (“moscerino”, in italiano) è la prima, seppur fondamentale, tappa della gerarchia dell'organizzazione criminale. “Muschilli” infatti, ormai è chiaro, sono i minorenni ai quali la camorra fa spacciare la droga. Vengono “comprati” da un motorino regalato, da un paio di occhiali o qualche capo d'abbigliamento – firmato, of course – che arriva ai primi lavoretti. E con i primi lavoretti arrivano anche il rispetto, l'onore e quel modello “vincente” che oggi – grazie ad istituzioni miopi e media che esaltano il non saper far niente – scuola e cultura non danno più. Ed è interessante notare come quella che sempre più appare come una nuova guerra di camorra si stia configurando – anche – come una guerra “generazionale”, tra la vecchia guardia degli Scissionisti (Ciro Nocerino, ucciso lo scorso 26 settembre nel quartiere Barra[9] era uno dei fondatori) e quella che viene definita “la cupola degli under 20”. E se a 20 anni la camorra ti fa “capo”, vuol dire solo una cosa: che l'età d'ingresso si è abbassata ancora di più.

«Para combatir a la mafia, hay dos tipos de “aulas” que no pueden ser ignoradas: el búnker y la universitaria» scriveva Silvia Ragusa su “El Mundo” lo scorso 13 settembre. «Per combattere la mafia ci sono due tipi di aule che non possono essere ignorate: l'aula bunker e l'aula universitaria». Un'immagine meravigliosa. Un'immagine che, ancora una volta, lo Stato pensa bene di smontare, delegittimando le “aule-bunker” e svuotando – con i tagli alla sicurezza o all'istruzione, come ben sappiamo – quelle universitarie. Ma questa, naturalmente, è un'altra storia...

 

Andrea Intonti