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Inti-llimani: "Dove cantano le nuvole". Politica, musica, sogno

Emilia Romagna

BOLOGNA, 20 NOVEMBRE - Il gruppo che in Italia ha venduto quanto i Pink Floyd si racconta, tra passato e presente. "Sapemmo del golpe mentre visitavamo la Cupola di San Pietro, il nostro progetto musicale non finirà mai".

A celebrare la loro avventura, arriva nelle sale – 25 Novembre - un docufilm girato da due registi italiani, Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli: si chiama Inti-Illimani.[MORE]

Diretto da Francesco Cordio e prodotto dalla World Video Production, etichetta indipendente dello stesso Cordio in collaborazione con Paolo Pagnoncelli, il documentario ripercorre la storia della famosa band cilena che ha lasciato una traccia indelebile nella storia della musica mondiale divenendo anche un simbolo dei movimenti di protesta degli anni ’70, raccontando nel contempo la storia del Cile, dalla fine violenta del governo Allende alla terribile dittatura di Pinochet. Portatori indiscussi per decenni di ideali e di speranze nel futuro per tutti i popoli latino-americani così come per tanta parte della sinistra mondiale.

Jorge Coulon, il leader del gruppo, ricorda con un sorriso, quasi en passant: "In Italia, negli anni Settanta, abbiamo venduto più dischi dei Pink Floyd". E gli Inti-Illimani, davvero, sono stati la bandiera di una generazione. L'amore per la loro musica ha accumunato padri e figli, fratelli maggiori e minori. Le parole della loro canzone simbolo emozionano ancora chi ha vissuto - magari indirettamente, da osservatore appassionato - la lotta per la libertà di un popolo oppresso.

L'anteprima, giovedì pomeriggio, alla Casa del cinema di Roma: settantanove minuti di musica, parole e politica, in cui lo storico gruppo - a cominciare dal leader Jorge Coulon - si racconta in prima persona. Rievocando le battaglie del passato, ma anche sottolineando la loro capacità di rinnovarsi. Un viaggio, il loro, che si chiude con l'incontro con Daniele Silvestri in veste di musicista-fan, culminato in un concerto-evento. "Difficile - spiega il cantautore italiano - dire il perché nel 2001 abbia sentito il bisogno di 'rubare' alcune delle loro note più belle per costruire la base di quello che sarebbe diventato uno dei miei pezzi più importanti, Il mio nemico. Ma la loro è la storia di un sogno nato per indicare una strada, recuperare un'identità e dare una speranza".

Una storia drammatica e avvincente e impegnata. E' vera, ma sembra un film. Il gruppo, che si forma all'Università di Santiago del Cile nel 1967, si trova in tour proprio in Italia, nell'ambito di una serie di scambi tra l'Europa e il paese democratico guidato da Salvador Allende, quando, l'11 settembre 1973, il golpe militare di Augusto Pinochet instaura la più feroce dittatura militare dell'America Latina. "Eravamo in visita alla Cupola di San Pietro, quando abbiamo saputo la notizia". La band, qui da noi, ottiene asilo politico, viene di fatto "adottata" dal Pci e in quegli anni - in concerti di piazza memorabili, a Feste dell'Unità con partecipazioni oceaniche e in altre occasioni - tiene alta l'attenzione sulla tregedia del Cile. Il loro brano più celebre, El pueblo unido jamas serà vencido, diventa un inno di libertà, un canto universale. Poi però, con l'arrivo del decennio reaganiano, la loro fama si appanna. Fino al ritorno in Cile: è il 1988, e a sorpresa un referendum dice no a Pinochet.

Il film fa vedere le immagini, emozionanti, del loro arrivo in patria: all'aeroporto c'erano 50 mila persone, a cantare il loro brano Vuelvo. Ma la storia del gruppo non finisce qui. Alcuni membri lasciano, altri, giovanissimi, entrano. Si cercano nuove strade musicali, più sperimentali, anche se sempre nel solco della musica popolare andina. C'è stata perfino una scissione, tra un gruppo "storico" e uno "nuovo". Questo non viene però raccontato nella pellicola, che si concentra invece sui "nuovi", sempre con Jorge Coulon: "Il nostro progetto non finirà mai - dice nel film - pure fra trent'anni: io non ci sarò, ma l'idea Inti-Illimani resterà. Perché tutto vogliamo, tranne che essere una bandiera, uno stendardo: “vogliamo essere un gruppo che vive la nostra musica". E infatti uno dei componenti aggregati negli ultimi anni, a un certo punto, si lamenta:

"Dovunque andiamo nel mondo ci conoscono, ma ci chiedono sempre e solo El pueblo unido...".
In un periodo in cui i sogni e gli ideali sembrano allontanarsi sempre più dalla politica, il film degli Intillimani ci ricorda, e lo ricorda soprattutto ai giovani artisti emergenti, che il rischio della disillusione è pesante, rischia di schiacciare le forme più belle di espressione artistica, nell’arte come nella musica, nel teatro e nel cinema. E’ proprio grazie alla loro tenacia e alla passione totalizzante per la musica che gli Intillimani sono riusciti a volare alti.

Chiara Arnone - Redazione Emilia Romagna