4 top e 4 flop del film "L'abbiamo fatta grossa" di Carlo Verdone

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L'ABBIAMO FATTA GROSSA CON CARLO VERDONE ED ANTONIO ALBANESE sperimenta l'alchimia tra i due comici....

L'ABBIAMO FATTA GROSSA CON CARLO VERDONE ED ANTONIO ALBANESE sperimenta l'alchimia tra i due comici. L'esperimento riesce a metà, ecco perchè.

L’hanno fatta grossa: cosa, la genialata o la fesseria? La strana coppia formata da Carlo Verdone ed Antonio Albanese ha ben figurato ai botteghini, ma l’esordio del duo nel lungometraggio cinematografico con L’abbiamo fatta grossa non è tutto botti comici e robuste risate. Negli esiti complessivamente apprezzabili di questo giallo comico un po’ datato nei modi ma piuttosto attuale nel mood, alcune trovate risultano funzionare meglio d’altre, com’è naturale che sia per un’alchimia in fase di sperimentazione quale quella dei due protagonisti.

La storia è quella di un bislacco detective (Verdone), che vive con la zia vedova e stralunata, dandosi l’aria dark per missioni impossibili come il recupero di graziosi gattini. Nel tempo libero scribacchia di quelle imprese noir che forse non vivrà mai. Il twist inizia quando lo contatta un attore teatrale (Albanese), un po’ mattoide, o solo stressato dalla separazione con la moglie: vuole farla pedinare per sorprenderla in flagrante con l’avvocato. Per errore, le super-cimici portano alla pista sbagliata: una valigetta zeppa di grana. Da restituire quanto prima agli incazzatissimi e pericolosi proprietari. Nella valanga di equivoci di un film la cui serpeggiante malinconia non impedisce di sorridere, proviamo a raccontare cosa è piaciuto e cosa meno.

TOP

1. FANTASIA ALL'ANAGRAFE. I nomi dei protagonisti: quel Yuri Pelagatti (Albanese) che suona come l’Antonio Scannagatti di Totò a Colori, e quell’Arturo Merlino (Verdone) che subito smaschera il trucco dell’investigatore un po’ buffonesco. C’è del buon mestiere anche nel conio onomastico.
2. GUARDIE E LADRI. Come nell’altro prodotto recente della Filmauro, Natale col boss, lo scenario polizi(ott)esco innesca il tourbillon delle situazioni di pericolo, movimentando con la giusta dose di fisicità l’interazione dei due protagonisti, altrimenti a tratti blanda.
3. PUGNI E PUPE. Con i fari puntati sul duo Verdone-Albanese, si rischia di sottovalutare la funzionale performance di due bravissimo comprimari: un Massimo Popolizio villain cattivissimo già dalla chioma unta e dalle occhiaie e una Anna Kasyan piacevole scoperta, auto-ironica e frizzante femme da cercare.
4. LA FINE GIUSTIFICA I LAZZI. Il finale: liberatorio, ma non consolatorio. Recupera in umanità ed omaggia un grande della tradizione italiana (ma non andiamo oltre per non rovinare la prima visione ).

 

FLOP

1. QUESTIONE DI FEELING. Gli scambi verbali tra Verdone ed Albanese non appaiono del tutto riusciti: a volte sembra mancare quel millisecondo nella contro-battuta che pregiudica il ritmo, altre si ha la sensazione che la gag sia un po’ sfiatata. Su tutte, l’apertura della valigetta: goffa nella storia, goffa nel racconto. I dubbi, in generale, vengono sulla complementarietà dei due personaggi.
2. CADUTE DI STERCO.  Era davvero necessario ricorrere a trucchetti di bassa lega come la cacca pestata o l’ironia sulle “dimensioni” di Albanese? Non per mantenere ad ogni costo l'aplomb, ma ci sembra una caduta di stile, o quantomeno d'inventiva.
3. QUALUNQUEMENTE. Rispetto alla filmografia che ha fatto grande Verdone, la capacità di raccontare col sorriso gli amabili difetti del Paese appare offuscata dal prevalente intento farsesco. O forse, solo dall’esecuzione farsesca, visto che una scritta in coda, nello smarcarsi da fatti realmente accaduti, reclama il riferimento al contesto attuale. Sarà verosimile, ma il modo di tratteggiarlo è un po’ qualunquista e astratto e gli ultimi 20 minuti danno la sensazione che la satira si sia svegliata troppo tardi.
4. NON CI SIAMO ANCORA AMATI. La sensazione prevalente è che il matrimonio Verdone-Albanese faccia torto allo stile ed alla poetica del comico romano: sembra dettato dalla produzione per un effetto combo, piuttosto che corrispondere alle potenzialità di Verdone, che – scommettiamo – avrebbe altro da dire, e con altri modi. L’avventura della realizzazione del film è stata presentata come un’audace virata, ma il vero coraggio, a volte, non è nel rinnovarsi per darsi in pasto al mercato, quanto nel restare sé stessi.

(nell'immagine principale: dettaglio del poster; all'interno: dettaglio di un fotogramma dal film)

Antonio Maiorino
 

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