Alcoa: nel cuore della tenebra

34
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
IGLESIAS, 1 NOVEMBRE 2012 - In una domanda: dal punto di vista del profitto, conviene salvare lo sta...

IGLESIAS, 1 NOVEMBRE 2012 - In una domanda: dal punto di vista del profitto, conviene salvare lo stabilimento Alcoa di Portovesme così com'è?

Premesso che salvaguardare i diritti ed i doveri dei lavoratori è sacrosanto e dovrebbe essere la preoccupazione principale, se non la guida direttrice, della politica e della società civile, istituzioni e sindacati mostrano una certa reticenza nell’affrontare il nodo essenziale della vicenda di Portovesme. Sottolineano - a ragione – la drammatica situazione degli operai ma sembrano tralasciare l’aspetto economico.

La politica, nazionale e locale, invece di affrontare apertamente il problema, accenna ai concetti di “sostenibilità economica” ma rimane sul vago e gioca alla procrastinazione. Da tempo non si fa altro che rimandare e rimanere in attesa di un miracoloso “compratore”, qui come a Termini Imerese, senza farsi troppe domande su quali possano essere le sue intenzioni. Prescindendo da ogni riferimento reale, acquistare un’azienda in difficoltà potrebbe anche significare volerla caricare dei propri debiti per poi tagliarla via, come un arto incancrenito.

È decisamente arrivato il momento di dire come stanno le cose: lo stabilimento di Portovesme è antieconomico. Stando alle dichiarazioni di Alessandro Profili, responsabile degli affari europei dell’azienda, al London Metal Exchange una tonnellata di alluminio prodotto a Portovesme viene valutata 1850 dollari contro gli oltre duemila che servono per produrla. Se anche si volesse inserire la dichiarazione in un quadro strategico (nel senso che facendo diminuire l'offerta d'alluminio se ne aumenta la domanda) verrebbe comunque da chiedersi perché, tra tutti, si chiuda proprio Portovesme.

Quindi, per quanto possa sembrare banale, se Alcoa ha deciso di non rimanere, significa che non conviene. Occorre, però, capire quale sia il motivo e, per farlo, servono un po' di storia e geografia.
Per dirla molto in breve, il Sulcis ebbe un ruolo rilevante nell’estrazione del carbone nel periodo fascista, nel pieno del progetto per l'autarchia, quando il carbone divenne la materia prima dell'energia. Riapertisi i mercati nel dopoguerra, però, la concorrenza con il petrolio non fu sostenibile ed iniziò la crisi. I minatori divennero manodopera disponibile e si cercò di sfruttarla, senza chiedersi troppo quali fossero le risorse naturali del territorio e come usufruirne, e si decise di fondare, a Portovesme, il polo metallurgico.

L’operazione durò dal 1969 al 1972 e fu guidata dall’EFIM, l’Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere, che si distinse per la precarietà del fatturato e la confusione delle scelte “strategiche”. In quei tre anni, comunque, si creò la filiera che seguiva l'iter dell’alluminio dalla lavorazione della bauxite proveniente dall'Australia (Eurallumina, chiusa nel 2009) alla produzione del primario (Alsar) fino alle seconde lavorazioni (Sardal e Comsal).

Alumix, creata nel 1988, comprese Eurallumina e Sardal, e rappresentò la società più importante per il settore alluminio dell’EFIM. Ma l'ente arrivò alla liquidazione nel 1992, con un debito di 18000 miliardi di lire. Si trattò di un tracollo piuttosto pesante che fece calare la credibilità dello stato italiano per via dei debiti contratti con le banche estere.

Intanto, nel 1996, il Governo (Prodi 1) assunse l'impegno di rientrare nei parametri di Maastricht entro il 1998 per potere accedere alla zona Euro.

Il governo italiano riuscì nell’impresa con un carico notevole sui cittadini e piccoli risparmiatori ed anche per mezzo delle privatizzazioni che incorsero tra il 1991 ed il 2001. Accanto alle grandi imprese quali Telecom, Enel, Eni e simili vi fu anche l’Alumix, che venne acquistata dall'Alcoa, l'Aluminium Company of America, guida mondiale della produzione e lavorazione dell’alluminio.

Ma non si trattò di un’acquisizione lineare. In sostanza per acquisire l’impianto di Portovesme l’Alcoa venne pagata. Per il possesso degli stabilimenti sborsò 281 milioni di dollari (442.11 miliardi di lire), ma lo Stato dovette prendersi carico dei debiti (circa 1200 miliardi di lire) e inoltre rimasero le agevolazioni che l’Enel aveva garantito alla Alumix a qualche mese dalla vendita.

Dal 2000 l’Enel scaricò questi costi sulle bollette e in dieci anni si assommarono 2 miliardi di euro in agevolazioni e, arrivata la scadenza nel 2005, l’allora Governo (Berlusconi 2) rinnovò l’accordo. Decisione, questa, che portò alla condanna europea del 2009 che consistette nella restituzione di 295 milioni di Euro erogati dal 2005 all’Alcoa, in quanto tali agevolazioni vennero ritenute illegittime. Ma lo Stato finì per essere deferito alla Corte di Giustizia europea perché non fece niente per riavere il dovuto.

E perché non lo fece? Forse perché la situazione era del tipo “o tornano le agevolazioni o chiudiamo lo stabilimento”.

Sta di fatto che al 2010 (Berlusconi 3) risale il decreto cosiddetto “salva Alcoa” (legge n° 129 del 13 agosto “Misure urgenti per garantire la sicurezza di approvvigionamento di energia elettrica nelle isole maggiori”) con il quale si arriva a far pagare l’energia a quasi la metà del prezzo nazionale (da 57 euro a Mwh a 30) tramite l'interrompibilità (il servizio che garantisce la corrente elettrica in caso di black-out improvviso alle aziende energivore convogliando quella in uso nei servizi comuni). Per aggirare la legge della CE si estese tale agevolazione a tutte le aziende energivore sarde e siciliane. La CE acconsentì per un biennio. Scaduto il quale, per coincidenza, l'Alcoa leva le ancore da Portovesme e avvia il procedimento di chiusura dell'impianto.

Ora ci troviamo a questo punto: si esaminano le varie proposte d'acquisto, cercando di risolvere il famigerato “nodo energetico”.

Il nuovo Governo (Monti), visto che tutte le manifestazioni d'interesse pongono come condizione irrinunciabile l'abbassamento del costo dell'energia, non ha saputo fare di meglio che chiedere un'ulteriore proroga per le agevolazioni che potevano apparire come una forma di inquinamento del mercato.

Il 3 ottobre di quest'anno è stato concesso il via libera: la CE ha stabilito che l’interrompibilità istantanea non costituisce aiuto di stato quando i fornitori vengono pagati a prezzo di mercato.
Fino al 2015 l’Italia potrà quindi pagare le aziende che forniscono il servizio in Sardegna e Sicilia. E poi (ammesso e non concesso che qualcuno compri lo stabilimento) nel 2015? Vedremo.

Fin qui l'ossatura della storia. Una sequenza di interventi dello Stato dove si fa fatica a trovare una “traccia” e ancora meno una strategia. L'idea è che si sia mosso un po' come capitava. A spese nostre.
Passiamo alla geografia.

L'Alcoa possiede uno smelter in Islanda (paese che per l’80% usufruisce di energie rinnovabili) che viene alimentato da un’apposita centrale idroelettrica. In Australia, inoltre, gestisce l’iter intero: dall’estrazione delle materie prime (che mancava nel Sulcis) al prodotto finito. Solo per dirne due.
Sul piano della convenienza, è lampante come non si possa competere con queste due sedi. Quindi, se si può discutere di un imperativo “morale” che costringa la multinazionale a rimanere, non si vede quello economico.

Tralasciando ogni malizia su operazioni tossiche, è davvero difficile trovare qualche vantaggio puramente quantitativo nella produzione di Portovesme. Si pensi a Glencore, l'azienda che fino a qualche mese fa sembrava il compratore più probabile, in quanto già proprietaria di Portovesme srl., e che più di tutte ha portato il Governo a richiedere la proroga.

Questa multinazionale opera o ha operato in paesi come Ecuador, Colombia, Bolivia, Repubblica del Congo e Zambia tra numerose accuse e polemiche, l’eco delle quali sembra non essere arrivato in Italia. Ogni produzione europea, dal punto di vista dei costi, anche abbassando quelli dell’energia elettrica, non può competere con i paesi sopra elencati.

Quindi, quanto alla geografia, si può concludere che sul piano della quantità non c’è salvezza: con la globalizzazione l’offerta dei paesi sottosviluppati è troppo allettante per chi voglia produrre a basso costo e senza le “pastoie” della sicurezza sul lavoro, dei diritti umani, della salvaguardia dell’ambiente e simili.

Tornando a discorsi più meschini, abbassare il costo dell’energia significa accollarne la differenza ai contribuenti. È quasi certo che, mossi da solidarietà per chi sta vivendo un momento difficile, coloro che pagano questo “di più” sarebbero favorevoli (se fosse loro richiesto).

Il problema è che non sembra esserci alcun progetto di miglioramento. Nel senso che, ad oggi, nulla ci fa pensare che nel 2015 o poco dopo non ci ritroveremo punto e a capo a dover salvare una produzione discutibile sul piano economico per aiutare chi questa teneva occupato. Ne consegue che questo “di più” che grava su tutti è un pagamento a vuoto e virtualmente perenne non indirizzato affatto verso il superamento della pessima situazione in cui ci troviamo.

L’unica soluzione, quindi, sarebbero gli ammortizzatori sociali?
No, proprio per niente. Fanno bene gli operai e i sindacati a rifiutarli. Se sono essenziali in lassi di tempo ristretti, nel lungo periodo possono essere dannosi. Oltre a non essere produttivi, gli ammortizzatori non fanno altro che creare un circolo vizioso, destinato, peraltro, a finire presto in un panorama arido come quello attuale.

La via da seguire per salvare l’economia italiana, invece, è quella della qualità: l’Italia è l’unico paese “a rischio” (i famigerati PIGS) ad essere paradossalmente produttivo. Lo salva il manifatturiero, cioè la qualità, una caratteristica difficilmente delocalizzabile. Convertire lo stabilimento o formare gli operai per una produzione di qualità potrebbe essere una possibilità almeno da prendere in considerazione.

L’altra soluzione sarebbe quella di risolvere i problemi dei paesi sottosviluppati, rendendoli meno appetibili alle multinazionali. O, più realisticamente, continuare come stiamo facendo. Diventando un paese del terzo mondo, l'Italia attrarrebbe molti capitali e inserirebbe in un quadro più coerente i i suoi livelli di corruzione, evasione fiscale e costi della politica, lasciando crollare Pompei con maggior tranquillità.

(in foto: ingresso dello stabilimento di Portovesme, fonte: repubblica.it)

Marco Secci

InfoOggi.it Il diritto di sapere