Barbara. Ritorsione criminale “lo sfogo scioccante di un’adolescente”

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Oggi davanti alla scuola c’è un gran vociare, è evidente l’euforia per le prossime giornate di...

Oggi davanti alla scuola c’è un gran vociare, è evidente l’euforia per le prossime giornate di ponte. Gli studenti starnazzano gioiosamente, unendo le loro grida allo stridio dei molti gabbiani che hanno esteso il loro territorio a questo quartiere. I colombi che, ancora più numerosi, condividono gli stessi spazi, sembrano osservarli con sufficienza, limitandosi a tubare in modo molto più sommesso.

Mi siedo su una panchina, al sole, e godo della loro felicità.

Ormai la mia raccolta di interviste comincia ad essere consistente e mi sento incoraggiata a proseguire. Il mio progetto è in buona parte realizzato, posso concedermi di provare a raccogliere qualche altra storia significativa e, ancora una volta, diversa dalle altre… Magari una storia dai contenuti forti.

Mentre aspetto che qualcuno attiri la mia attenzione per avvicinarmi e fare le presentazioni, torno con la mente al mio paesino d’origine, quando anche noi, all’epoca adolescenti, festeggiavamo la fine dell’ultimo giorno scolastico prima delle vacanze con pazze corse per le viuzze, strillando e cantando, spruzzandoci con schizzi d’acqua alla fontana della piazza vicino alla chiesa, mentre le vecchiette ci rimproveravano, intimandoci di smettere di gridare.

Erano altri tempi, in cui ci si sentiva felici e appagati anche senza cellulari e computer; con i ragazzi ci «messaggiavamo» adoperando i bigliettini, spesso avvolti intorno a un sassolino che veniva lanciato contro il vetro del balcone.

Persa nei miei pensieri, non mi accorgo subito di una ragazza che mi si è seduta a fianco, quando all’improvviso lei mi chiede se ho da accendere… È così che nelle sue parole riconosco una cadenza familiare: si tratta certamente di una ragazza del Sud.

Ho con me l’accendino e, porgendoglielo, ne approfitto per farle la mia proposta.

Acconsente a raccontarsi, e la sua storia si rivela subito coinvolgente per i risvolti drammatici che presenta.

Accendo quindi il registratore e la ragazza, che dice di chiamarsi Barbara, comincia il suo racconto:

«Sono nata in un paesino della Calabria diciassette anni fa. Vivo in questa città da uno». Il comune in cui sono cresciuta conta poco meno di duemila abitanti. Lì alcune persone pensano ancora che la violenza sia lo strumento migliore per affermarsi e confrontarsi col prossimo.

Gli adolescenti passano interi pomeriggi lungo gli argini del fiume facendosi le canne, o facendo sesso sotto i cespugli di ginestra. Di notte vagano per le strade sparando ai cartelli stradali… Tutti in casa hanno una pistola e di notte i ragazzi, all’insaputa dei genitori, se ne appropriano per gioco.

L’unico diversivo che anima un po’ la vita sociale sono le feste paesane.

La droga scorre a fiumi, e quasi tutti i ragazzi ne sono coinvolti.

Le persone oneste sono la maggioranza, ma vivono in un clima di terrore. Il paese si divide in due ogni volta che si verifica un episodio di cronaca nera».

Ascolto in silenzio, impressionata dalla lucidità con cui Barbara racconta questi fatti, con precisione e ricchezza di particolari.

La storia assume subito connotati particolari, quando le chiedo:

«E tu come hai vissuto la tua adolescenza? Come mai hai deciso di trasferirti qui?».

«Per permetterti di capire interamente la mia storia devo iniziare raccontandoti la mia infanzia» mi risponde, guardandomi dritta negli occhi.

Così mi accorgo che il suo viso ha qualcosa di particolare, che affascina. Forse gli occhi scuri, grandi e luminosi, o il suo sorriso che ricorda l’apparire inatteso di un raggio di sole; forse la folta e lunga chioma castana che le incornicia il volto.

«Ho tutto il tempo che vuoi».

«Mio padre è tra quelli che hanno cercato invano di cambiare questo stato di cose, rischiando in prima persona. Ha provato a spiegare alla gente che con la violenza non si va da nessuna parte, che invece si riempiono solo le carceri di condannati e i cimiteri di vittime, spesso innocenti. Ha cercato di contrastare i trafficanti di droga e ha combattuto la ‘ndrangheta per anni».

«Quindi il tuo papà è una persona in vista, nel vostro paese?»

«Sì, lo è stato per anni. Era un magistrato».

«Era?».

«Adesso è in pensione… su una sedia a rotelle. Tre anni fa lo hanno gambizzato!».

Rimango a bocca aperta. Lei continua.

«Abbiamo vissuto anni di paura e di angoscia, sempre sotto minaccia… Mio padre non si fermava davanti a niente, sentiva di essere nel giusto e voleva aiutare le persone oneste. Tutti i delinquenti della provincia lo temevano e per questo cercavano a loro volta di intimorirlo; finché misero in atto la prima vendetta…

Era il mio nono compleanno e, con alcune amichette, dopo pranzo andai a passeggiare lungo le sponde del fiume; insieme a noi vennero due tipi che papà pagava per proteggermi. Quindi io mi fidavo e, quando uno di questi mi prese per mano per portarmi a visitare una casetta diroccata, la mia curiosità ebbe il sopravvento sulla prudenza. Notai la strana occhiata che i due si scambiarono ma, presa dall’entusiasmo per l’esplorazione, e non sapendo come gestire l’improvviso senso di diffidenza che quello sguardo mi aveva suscitato, decisi di ignorarla. Mi guidò fino alla vecchia costruzione. Io lo seguii docilmente; pensavo che finalmente avrei potuto svelare il mistero di quella che avevo soprannominato “la casetta dei sette nani”. L’uomo provò ad aprire la porta che, però, era bloccata; allora mi sollevò di peso e mi portò dietro una catasta di legna che stava a ridosso del muro, mi mise giù… Fu allora che ebbi paura. Capivo che stava per succedere qualcosa di terribile, iniziai ad agitarmi nel tentativo di scappare ma la sua mano sudata stringeva forte la mia e mi strattonava, per farmi stare ferma. Cercai di difendermi con le poche mosse di judo che avevo imparato; gli tiravo calci nelle gambe, ma lui sembrava un indemoniato. Cominciai ad urlare con quanto fiato potevo raccogliere!

Quel ricordo non smette di terrorizzarmi: sento ancora addosso le sue mani viscide e mi sembra di poter udire il respiro affannoso di quell’uomo; tirava su col naso di continuo.

Fin dal primo giorno di scuola papà aveva assunto privatamente per me e mio fratello una professoressa di psicologia, bravissima anche ad insegnare l’arte di difenderci e come riconoscere una persona che fa uso di droghe. Tirare su col naso in continuazione poteva essere un segnale allarmante… Infatti, dopo avermi immobilizzato pressandomi col suo peso contro il muro, tirò dalla tasca qualcosa che annusò con un lungo respiro. La mia paura aumentò, paralizzandomi. Capii che avevo a che fare, oltre che con un malvivente, anche con un drogato. Mi ricordai di quando la prof mi aveva spiegato che, nel momento in cui sentono il bisogno di assumere sostanze, i drogati sono pericolosi, ma hanno meno concentrazione e diventano più facilmente attaccabili. D’istinto, con la forza della disperazione, gli diedi una spinta; barcollò, e io ne approfittai per scappare, chiamando a gran voce le compagne, che l’altro compare teneva impegnate a giocare con le ranocchie sull’argine del fiume, e che non potevano vederci, essendo al di là della linea degli enormi pioppi che ne costeggiavano il corso. Speravo che mi sentissero, ma il rumore incessante dell’acqua attutiva le mie grida.

Mentre correvo, sentivo il suo respiro affannoso dietro le spalle, percepivo il tremore delle sue membra». Noto che, mentre rivive quei momenti spaventosi, il terrore altera i tratti del suo bellissimo volto.

«Calmati, piccola… Se non te la senti di rievocare quell’esperienza, nessuno ti obbliga a farlo».

«No, Antonia, voglio liberarmi da questo peso che mi porto dentro…».

Riprende il suo racconto:

«Mi riagguantò, più inferocito che mai… Mi sentii persa. Mi rendevo conto che non sarei più riuscita a liberami; pensavo che la mia morte fosse imminente. Mi prese a schiaffi, e io tentai di morderlo; ma era molto forte ed ebbi la peggio.

Ho ancora viva la sensazione delle lacrime che mi scendevano sul viso e il sapore del sangue in bocca: con un ceffone mi aveva spaccato un labbro, e perdevo sangue dal naso.

Poi, all’improvviso, sentii le voci di alcune persone che mi chiamavano. Lui mi spinse di lato con violenza e si mise a correre. Caddi a terra, e intorno a me fu buio…

Mi svegliai fra le braccia della mamma, coccolata da lei e da mio fratello. I miei, che a causa delle continue minacce non si sentivano tranquilli, erano venuti a cercarmi. Vedendo il secondo uomo scappare, si resero conto che potevo essere in pericolo e, seguendo le mie grida, riuscirono a rintracciarmi. Il mostro non aveva avuto il tempo per completare il lavoro che gli avevano commissionato… Se avesse avuto qualche minuto in più, forse mi avrebbe anche ucciso…».

Si asciuga le lacrime, e io approfitto della pausa per farle una domanda:

«Che fine hanno fatto quegli uomini?».

«Vennero ammazzati dopo pochi giorni, quando stavano per catturarli… Qualcuno ha voluto chiudergli la bocca per sempre, e così non si è mai saputo chi fosse il mandante!» mi risponde, con un sorriso amaro…

«Da chi furono uccisi?».

«Nessuno lo ha mai rivelato».

La mia vita fu segnata.

Da quel giorno fui sottoposta alle cure di numerosi psicoterapeuti. Anche se i miei avevano deciso di farmi crescere in un ambiente normale, iscrivendomi ad un istituto comunale, erano sempre in tensione. Nella stessa scuola cerano anche i figli dei mafiosi, che ogni tanto creavano problemi; per fortuna i miei insegnanti erano sempre vigili e protettivi nei miei confronti. Intanto mio padre era riuscito a fare un po’ di pulizia, stroncando diversi traffici di droga e mettendo in carcere numerosi delinquenti.

Ci fu un periodo di calma… il tempo necessario alla nuova organizzazione per rimpiazzare i vecchi capi ‘ndrangheta che erano finiti in carcere o deceduti.

Non puoi capire che gente terribile siano questi nuovi arrivati. Seminano il terrore in tutti i settori. Hanno agganci in ogni ambiente, corrompono tutti. Mio padre si trovò spiazzato quando capì che anche alcuni dei suoi colleghi erano fortemente coinvolti.

Un giorno si vide recapitare una valigetta con un mucchio di soldi e l’invito a mollare le indagini. Lui denunciò subito il fatto. Ma il giorno stesso (prima ancora che la notizia fosse resa pubblica dalla stampa) fecero saltare in aria la macchina di mio fratello, ferma davanti a casa… nel nostro giardino. Con quel gesto hanno voluto avvisarci che avrebbero potuto colpirci in qualsiasi momento, anche a casa nostra! Per noi tutti fu un enorme shock e, per la prima volta, lessi negli occhi di mio padre la paura.

La mia adolescenza diventò un incubo; sempre chiusa in casa, le finestre eternamente socchiuse. Le insegnanti venivano a domicilio, e le poche amiche che mi erano rimaste le sentivo e le vedevo solo tramite internet, perché i genitori avevano paura di farle venire a casa mia.  Sono stati i tre anni più brutti, per la nostra famiglia. Finalmente, due anni fa, papà prese la decisione di mollare e andarsene in pensione; ma prima volle portare a termine un’ultima indagine. Prima che il caso venisse archiviato, fece catturare diversi esponenti di una banda che organizzava furti di rame, lungo la rete ferroviaria.

Con quella decisione firmò la sua condanna. Quando, un mese dopo, fu finalmente collocato a riposo, lo gambizzarono. Così, per trovare un po’ di pace, ci siamo trasferiti qui».

La guardo: i suoi occhi fissano il vuoto; forse è la nostalgia del suo paesello lontano. 

«Ti manca il tuo paese?» le chiedo con dolcezza, accarezzandole teneramente una ciocca dei capelli. Gli occhi le si riempiono di lacrime.

«Mi manca tutto… Il profumo delle ginestre e degli aranceti che, a primavera, riempiva l’aria… Il mare… Il bosco dietro casa, con le voci degli uccelli…».

«E poi mi manca tanto Rocco!» aggiunge, con espressione depressa.

«Chi è Rocco?».

«L’amore della mia vita! Un ragazzo che conobbi al matrimonio di mia cugina: ci siamo innamorati al primo sguardo! Anche se siamo lontani riusciamo ad essere presenti l’uno per l’altra, ci sentiamo per telefono tutti i giorni. Mi ha promesso che l’anno prossimo si trasferirà anche lui in questa città per frequentare l’università».

«Qui conosci qualcuno?».d

«Non cerco di fare nuove amicizie… Nessuno deve sapere chi sono! La mia famiglia ha paura; anche qui potrebbero esserci dei paesani che ancora ce l’hanno con mio padre. La nostra è una vita di totale ritiro, senza rapporti sociali…» aggiunge, con un sorriso amaro.

Mentre mi accingo a prendere congedo da Barbara, rifletto dentro di me su questa storia, che porta allo scoperto un mondo sconosciuto a molti adolescenti; un mondo di ragazzi che vivono una realtà diversa dal comune e molto pesante da sopportare… e questo perché uno o entrambi i genitori decidono di dedicare il loro tempo a costruire un futuro migliore per l’intera società, mettendo in pericolo la propria vita e quella dei propri cari.

A queste famiglie e a questi giovani dovrebbero andare tutto il nostro rispetto e tutta la nostra gratitudine…

«Tesoro, vuoi lasciare un consiglio per i tuoi coetanei?».

«Vorrei dir loro di credere in sé stessi e di amare, ma soprattutto di non smettere mai di sognare… perché smetterebbero di vivere.

Vorrei ricordare a tutti i ragazzi del mondo che nessun desiderio ci viene dato senza che ci sia offerta anche la possibilità di realizzarlo. Bisogna crederci, e non mollare mai…

Penso che dobbiamo sforzarci di sorridere sempre, perché il nostro sorriso può illuminare il nostro mondo e quello degli altri.

Saremo sempre quello che noi stessi decideremo di essere, e alla fine faremo quello che abbiamo veramente desiderato di fare».

Antonia Caprella

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