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Emma Dante con la "Trilogia degli occhiali" al Teatro Kismet

Puglia

BARI, 27 FEBBRAIO 2011 - Quando smarrisce l’orientamento sul terreno, l’occhio dell’uomo si volge a scrutare il cielo stellato e rassicurante. Che sia reale o teatrale non ha importanza. Sotto il firmamento i corpi degli attori si agitano in un continuo movimento che tende verso l’alto, verso quel mondo immaginario che appartiene ad ognuno di noi.
Sembra quasi che i personaggi della “Trilogia degli Occhiali” di Emma Dante, siano in fermento alla ricerca di una stabilità che non troveranno mai sulla terraferma, come un fuoco che zampilla vigoroso verso l’alto e non trova pace, prima in silenzio e poi scoppiettando. [MORE]

Così il primo protagonista, un marinaio mai sceso sulla terraferma, non sa cosa sia la vita reale. E’ vestito di stracci, con la bava alla bocca e il cappellino bianco. Il suo unico grande amore, il mare, lo prende a schiaffi, lo violenta, si prende gioco di lui. Ma dietro agli occhiali tondi e sporchi, ha gli occhi puri di un pover’ uomo destinato a rimanere per sempre chiuso dentro gli ingranaggi della sua nave, gli stessi ingranaggi che muovono fluttuanti la sua esistenza.
Subito dopo Nicola, seduto immobile con gli occhi sgranati e inespressivi e due suore che tentano di rianimarlo in tutti i modi, fino a quando egli si erge in piedi, alza lo sguardo al cielo e si anima di una passione che durerà il tempo di un soffio per poi sopirsi nuovamente.
E’ uno stato puro, pre-artistico, pre-culturale tipico dei bambini, degli alienati, dei primitivi, quello che si trova nei protagonisti della trilogia. E’ una visuale in cui il potere assoluto della ragione intellettiva non ha ancora trionfato e che precede il tempo della storia diventando incontaminato, puro, quasi ridicolo.


Se pungiamo un punto qualsiasi del corpo umano, ne uscirà sempre la stessa sostanza: il sangue che vi scorre dentro. Eppure per procedere in questo mondo non basta uno sguardo scientifico, fermo, dritto che crede alla certa evidenza della percezione visiva. Per vedere quel che conta servirebbe piuttosto un leggero strabismo: un occhio rivolto all’indietro, chino sulla lettura del passato e l’altro occhio fisso in avanti, teso a cogliere nel presente i segnali del futuro.
Così nel terzo ed ultimo capitolo della trilogia, sulle note di vecchie canzoni, un uomo e una donna decrepiti e malati, ripercorrono a ritroso la loro storia d’amore ballando stretti in un abbraccio sotto un cielo stellato.

La povertà del marinaio, la malattia di Nicola, e la vecchiaia dei due innamorati sono i temi intorno ai quali ruotano i personaggi malinconici e mezzi ciechi di Emma Dante alla ricerca di un territorio inesplorato ma solido su cui posare i piedi. Ma questo territorio esiste davvero?

(Testo e regia di Emma Dante, Compagnia Sud Costa Occidentale)

Roberta Lamaddalena