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Esodi e Resilenze

Lazio

6 OTTOBRE 2015 - Maree umane in questi ultimi tempi popolano spiagge, sono autostrade di uomini donne e bambini in fuga da guerre, povertà violenze e miserie. Sono maree umane di disperati che chiedono asilo, in approdi sicuri per vivere.[MORE]

Si sa che ogni fenomeno storico è fatto di singoli drammi umani, che presi isolatamente forse avrebbero più possibilità di non essere ignorati, ma che invece enumerati nelle moltitudini di numeri enormi, restano soffocati nell'ingiustizia di un dolore che ormai in modo osceno, si è per così dire “normalizzato”ed ha smarrito lo status collettivo di emergenza civile.

Il dramma di queste moltitudini, si rincorre e si afferma nei solchi dei poveri volti, destinato a non risolversi nelle fredde ragioni della politica, che come è risaputo fallisce sempre, ostacola per come può i “succhia sangue dei poveri”. La grande quantità di immagini che scorrono su televisioni e giornali, mette tutti nelle condizioni di non poter dire “non sapevo” tutti vediamo e sappiamo, chiamati come siamo a conoscere e sapere. E' un dovere conoscere il nuovo dramma in corso, perché ci inchioda tutti alle immagini e alle nostre coscienze; e dovrebbe farlo di più, per farci comprendere meglio, l'altrui bisogno di far salva la vita di chiunque si senta in pericolo, per fissare i termini di quella che è ormai già una storia orribile.

L'orizzonte medio orientale – si diceva da tempo - fosse una bomba ad orologeria, e tutti i profughi ed i rifugiati ne sono l'identificazione più espressiva; chiave del doppio binario percorso dagli stati, tra cronaca e vana ricerca di soluzioni. E' la vittoria della violenza, il trionfo della demagogia politica, il fallimento del buon senso che stenta colpevolmente a mettere in campo soluzioni definitive e inequivocabili. Tutto invece è sempre racchiuso in immagini rubate, che non sono chiuse, ma rincorrono quasi sempre i protagonisti, li cercano e chiamano, li cristallizzano per spalancare domande che hanno quasi sempre poche risposte: banali soluzioni di provvisorietà.

Barconi come alveari, navigano a vista l'orizzonte di interrogativi senza risposte, i profughi perdono il loro volto in mare o per via, e per questo creano orrore e paura. Sono masse umane che spaventano e per molti sono il male da rifuggire. Ognuno vive dentro quelle tragedie aspettando col peso di una ineludibile precarietà; e capita sovente agli spettatori come agli attori, di sentirsi profondamente impotenti, inutili e fuori posto. La tensione da contrastare e risolvere, assume forme spropositate per permettere di comprendere e capire, e forse anche riuscire a fare la cosa “buona” e “giusta”. La cosa più giusta per noi spettatori attoniti, adesso forse è solo quella di irrompere nel discorso pubblico e magari anche politico, per quel poco che ci è dato, senza minimizzare la sofferenza né banalizzare il dramma umano in corso, sebbene ad ognuno è dato il proprio ruolo, ed ai volontari non è dato certo di sostituire l'inettitudine politica purtroppo; Legata com'è comprensibile, a ben altri interessi che sempre rispondono ai poteri finanziari ed economici, con cui la politica si intrattiene e accompagna volentieri.

C'è un'ansia generale di documentare producendo immagini, ed in questa tensione volontari soccorritori e profughi raccontano tutti, narrazioni eroiche, testimonianze viventi di memorie, ricordi e passioni; raccontano di vite sospese e polverizzate che entrano in un circuito sociale di informazioni, emozioni drammi e lacrime di commozione e ansie.

Tutti al pari di schegge impazzite di disperazione e paure, trasmutano la loro essenza di piccoli semi buoni o cattivi, che all'occorrenza bagnati dal sudore o dalle lacrime, sapranno accendere arcobaleni di speranze o notti da incubi, nelle struggenti attese che consumano speranze e illusioni, ciascuna foriera di aspettative.
La storia deve essere documentata per essere raccontata, quella “piccola” personale, sta scrivendo di un esodo mostruoso di profughi che fuggono prevalentemente da guerre. Guerre che spingono masse di individui, moltitudini in fuga che provano il sapore amaro ed aspro della salsedine, respirano la polvere e il vomito, pur di aspirare alla libertà.

Adesso la storia rincorre i disperati di oggi; la storia è qui ed ora, sul tratto di mare più a sud dell' “immenso” Mediterraneo. Loro i profughi, rappresentano noi stessi, ciò che siamo stati o che potremmo tornare ad essere, nella tela del ragno dove c'è la trama e la storia che sbeffeggia con i propri "ricorsi", il senso del ripetersi e del divenire.

Scorgere in una vecchia foto ingiallita i volti dei nostri avi in fuga, disperati, non è poi troppo diverso dal guardare, oggi, gli occhi smarriti di una bambino profugo di guerra, fame o miseria, che vorrebbero separare dalla propria madre tra urla e strepiti.

E intanto l'attesa consuma, il Dramma non si arresta e l'inutilità delle parole è completa.

ANGELA MARIA SPINA