Intervista a Luigi Antonio Perrotta, autore de "Il libro bianco"
Cultura e Spettacolo Toscana

Intervista a Luigi Antonio Perrotta, autore de "Il libro bianco"

venerdì 7 aprile, 2017

PISA, 07 APRILE 2017 - “Pochi hanno il coraggio di assumersi il peso del proprio dolore e della propria storia, a tutti coloro che ci sono riusciti” (Luigi Antonio Perrotta).

Con questa dedica si apre il nuovo romanzo di Luigi Antonio Perrotta: Il libro bianco, edito da Edizioni Creativa, inserito nella Collana – Impronte d’autore; venuto alla luce nel dicembre del 2016 e disponibile in tutti gli Store on-line e ordinabile in tutte le librerie. [MORE]
La dedica vale come un tuffo istantaneo nelle emozioni che il romanzo è in grado di evocare nel lettore. Una storia particolare in cui un aspirante scrittore racconta ad un’interlocutrice misteriosa del suo desiderio di scrivere un romanzo e delle sue difficoltà. La sua vita scorre piatta tra sfiducia, precarietà e cinismo e le sue notti si popolano di sogni inquieti. In una Napoli surreale e misteriosa prendono vita gli eventi narrati che palpitano insieme agli stati d’animo del protagonista.

Abbiamo fatto qualche domanda all’autore sull’opera e su alcune sue particolarità.

Nel romanzo sembra esserci un nesso tra luoghi e stati d’animo del protagonista, cosa significa?

«Decisamente sì. Sono gli stati d’animo che plasmano i luoghi. Ciò che il protagonista vive e sente, modifica il mondo che lo circonda, il suo modo di vederlo, il suo modo di interpretarlo. Tutto ciò fino alla rivelazione finale, che darà senso a tutta la storia e aiuterà il protagonista a vedere anche le cose meno confuse e meno mescolate a ciò che di personale non riusciva a riconoscere e a distinguere».

Gli scenari onirici sono una caratteristica evidente nel testo?

«Pensiamo un po’ al sogno come a qualcosa che ci offre una parziale rappresentazione di ciò che siamo. Un impasto di ricordi, affetti ancora sepolti che anticipano, ritingono o provano ad elaborare la nostra personale esperienza di esistere e di stare nelle cose, desideri e paure. Nel sogno si disegnano scenari che ci consentono di aprirci – qualora riusciamo a sintonizzarci con aspetti così complessi di noi stessi – a porte nuove rispetto a ciò che siamo, oltre i limiti di ciò che immaginiamo di essere. Questo succede al protagonista, intrappolato in una visione angusta della sua vita, scettico, impaurito e, pur mostrando al mondo una certa quota di disprezzo e sfiducia, un po’ arreso e molto addolorato. Un dolore che non può nemmeno esprimersi e quindi vaga, appunto, sporcando ogni cosa e ogni legame. Il viaggio dalle tinte oniriche gli offre la possibilità di capire, sentire, attraversare, vivere o ri-vivere e allargare il suo piccolo mondo, sovrapponendo più livelli e diverse realtà, tra cui quella onirica è a tratti predominante. Ma è necessario che si accetti la “sfida”. Una sfida che diventa inevitabile nel momento in cui la sofferenza della visione ridotta della sua stessa vita, per il protagonista, diventa maggiore del timore a muoversi per iniziare a trovare risposte più adeguate ad alcuni eventi, anche scomodi o conturbanti».

Queste risposte sono vicine al proprio dolore, da qui la dedica?

«Scriveva Giovenale che “Tutti vogliono la verità ma pochi sono disposti a pagarne il prezzo”. Questa verità di cui parliamo è la nostra verità, una verità che ci soggettivizza, che aiuta ad essere più consapevoli della propria storia e più attori, e non fare come il protagonista che all’inizio del romanzo sembra vedersi come il bersaglio di eventi o affetti a cui non sa dare un significato, e per cui si può solo sentire vittima. Il tema del viaggio è centrale e molto noto in letteratura, un viaggio in cui luoghi interni ed esterni, così come cambiamenti interni ed esterni, non possono non fondersi e, come accade nel romanzo, anche con-fondersi».

Il protagonista non ha un nome, non viene mai nominato nell’intero romanzo, scelta pensata?

«Direi di sì, ed è stata sicuramente una scelta non semplice da definire. Il nome avrebbe dato un profilo più chiaro al protagonista, dei contorni che all’inizio della storia non ha ma che deve costruire. La narrazione è in prima persona e il lettore ha la possibilità di vestire i panni del giovane aspirante scrittore. Sono stato incerto se nominare il protagonista solo una volta, alla fine, alla conclusione del proprio viaggio, ma ho preferito non farlo. La fine implica un movimento, una possibilità verso cui il protagonista si sente pronto ed è lì che tutto inizia, piuttosto che finire. Ma per saperlo occorre leggerlo, ovviamente».

Quanto c’è dell’autore nel romanzo?
«Penso che la scrittura serva molto a chi scrive, ma allo stesso tempo la sua efficacia si misura nel momento in cui smette di servire a chi scrive, quindi all’autore, e inizia a servire a chiunque altro legga. Credo che la vera ed importante domanda è quanto di ogni lettore c’è nel libro che legge e quanto quel libro muove aspetti di quel lettore e di nessun altro. Ecco, queste sono le domande giuste per leggere e continuare una lettura, iniziando un bel viaggio nel tentativo di rispondervi. Cosa che proprio il protagonista è chiamato a fare...»
È importante allora augurare a chiunque lo desideri buon viaggio e buona lettura.

Luigi Antonio Perrotta è nato a Napoli nel 1984. Vive ed esercita la professione di Psicoterapeuta e Psicoanalista a Roma. Ha pubblicato la raccolta di racconti “Frammenti d’anima – Dialoghi, pensieri, parole” con Alfredo Guida Editore, Collana Lettere Italiane GUIDA, sezione Narrativa, nel 2011; il romanzo S-conosciuti, collana “Impronte d’autore”, Sezione Narrativa, Creativa – Dissensi Edizioni nel 2014.

 

 


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