La giostra della legalità. Mafia tra religione e crimine, intervista a monsignor Palmeri

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TRAPANI, 17 MAGGIO 2012 - Il rapporto tra religione, Cattolica in particolare, e mafia è una ...

TRAPANI, 17 MAGGIO 2012 - Il rapporto tra religione, Cattolica in particolare, e mafia è una delle questioni più controverse del dibattito sull’argomento. Noi abbiamo voluto approfondire. In occasione della Giornata della Legalità, che si è tenuta a Trapani nelle scorse settimane, abbiamo conosciuto Monsignor Liborio Palmeri, vicario generali della Curia vescovile di Trapani. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono le iniziative concrete più importanti che la chiesa mette in campo o metterà in campo in un immediato futuro per combattere la mafia?

“Dobbiamo distinguere la Chiesa, in quanto realtà cattolica mondiale, dalle singole Chiese, quelle cioè che racchiudono la popolazione di un determinato territorio con le sue specificità e le sue caratteristiche antropologiche e culturali, comunemente chiamate Diocesi.
E’ a questo livello che si concretizza soprattutto l’impegno della Chiesa, cioè nelle singole Chiese, come risposta a situazioni precise dei territori in cui la mafia esercita un suo ruolo particolarmente evidente nella gestione dei poteri (economico, politico, sociale, a volte con forti ingerenze nella vita stessa delle comunità ecclesiali). Due sono le tipologie dell’azione concreta delle Chiese particolari: una, per così dire più a lunga scadenza e quindi permanente; l’altra invece più immediata e collegata ad avvenimenti concreti che interpellano l’agire della coscienza.

La prima è di natura educativa e fa tutt’uno con il proposito implicito nella missione della Chiesa di voler annunciare a tutti il Vangelo dell’Amore. Si tratta di stabilire un dialogo con le nuove generazioni e fornire, per così dire, l’antidoto spirituale nei riguardi del sopruso, dell’ingiustizia, della menzogna.
La seconda è di natura pratica e pastorale. Dinanzi all’azione mafiosa, ad un omicidio, ad una intimidazione, non si può tacere. Ecco allora i vari documenti dei Vescovi (quelli della Calabria e della Sicilia ne hanno elaborati molti, in relazione all’emergenza mafia dei loro territori; il Vescovo di Trapani, mons. Francesco Micciché, è intervenuto duramente parecchie volte con lettere pastorali, omelie e discorsi, ma anche con tre più ragionati piani pastorali sulla carità nella polis, nella cultura e nella Chiesa, in cui si individua nella mafia, come cultura e come struttura criminale organizzata, uno dei tarli più velenosi e una vera e propria zizzania del terreno sociale); ma ecco anche le associazioni anti-racket, anti-usura, alcune molto famose come “Libera”, che intervengono su problematiche specifiche a soccorso e supporto dell’azione civile e delle forze dell’ordine; ecco allora singole reazioni di sacerdoti o laici impegnati sul territorio, spesso a grave rischio della propria incolumità.

Se guardiamo la storia di padre Puglisi vi cogliamo entrambi questi aspetti. Da una parte egli svolgeva il suo compito di educatore e predicatore: le sue riflessioni e le sue omelie, soprattutto rivolte ai giovani, davano concreto fastidio perché li convincevano a non dare manovalanza alla malavita locale e quindi concretamente facendo perdere denaro e affari; dall’altra un suo no ben preciso alla manipolazione di un appalto pare che abbia determinato la decisione mafiosa di sopprimerne la vita.

E’ ovvio che la Chiesa non può abbassare la guardia, perché il male, comunque, troverà sempre una forma dentro cui organizzarsi; la stessa mafia, negli anni, ha cambiato volto, e da fenomeno rurale e semianalfabeta, è diventato fenomeno globalizzato e capace di scalare i livelli sociali più alti dell’economia e della finanza”.


Mentre la Chiesa si attiva per il processo di beatificazione di padre Puglisi, la Cassazione ha definitivamente assolto padre Frittitta, condannato in primo grado per favoreggiamento aggravato nei confronti del capomafia Pietro Aglieri, assolto in appello e definitivamente scagionato dalla Suprema Corte "per aver commesso il fatto nell'esercizio di un diritto", cioè per avere esercitato il suo ministero di sacerdote visitando il boss latitante e dicendo messa nel suo nascondiglio. Cosa ne pensa?

“Non entro nel merito della storia di padre Frittitta, se non per ribadire l’estrema prudenza che noi sacerdoti dovremmo sempre tenere nelle nostre frequentazioni. A volte noi stessi non ci rendiamo conto del nostro ruolo sociale e rischiamo di essere superficiali. Bisogna tuttavia evitare il pregiudizio nei confronti del ministero sacerdotale. Un vero sacerdote può trovarsi a vivere ambienti degradati nello svolgimento del suo servizio, ma è implicito nel Vangelo farsi tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno. Tuttavia, nel caso di padre Frittitta, una cosa è accettare di confessare un boss latitante (non dobbiamo cercare sempre la pecora smarrita?), un’altra cosa è invece celebrare messa nel suo nascondiglio, perché la messa è un atto comunitario e implica una comunione della Grazia condivisa con tutti, anche con quelli che hanno ricevuto violenza e sopruso dal mafioso. E’ ovvio che questa comunione non può realizzarsi se prima non viene ristabilita la giustizia, attraverso la difesa e protezione della vittima in un legittimo processo e quindi con la giusta punizione e correzione del colpevole (al di là del suo pentimento davanti a Dio)”.


Da sempre la mafia ha fatto uso di una simbologia e di una ritualità prese in prestito dalla religione cattolica. Come la chiesa supera questa forte contraddizione?

Questa contraddizione ha una matrice teologica ed è legata al significato spirituale di simboli e riti che i mafiosi (almeno quelli di vecchia generazione) conoscono bene. Si tratta di ribaltare, invertire e spezzare il significato di questi simboli, cambiandone, per così dire la direzione: è l’azione diabolica (dia-ballo significa dividere) nei confronti del simbolo (sun-ballo significa unire). Il mafioso, in genere, ha una pretesa di controllo della coscienza degli altri e di una manipolazione del loro agire, sente pertanto il bisogno di dissacrare i simboli e i riti dell’unico a cui l’uomo liberamente è disposto ad affidare il proprio pensiero e il proprio agire, cioè Dio. Questo presuppone, da parte del mafioso, l’accettazione di un orizzonte teologico, che includa, ovviamente, il credere nell’esistenza di Dio (esattamente nello stesso modo in cui nei Vangeli sono i demoni a fare la professione di fede nella divinità di Cristo). Leggere la Bibbia, o bruciare il santino nel rito di iniziazione mafiosa, significa ribadire questo ruolo “sacerdotale” che il mafioso si arroga, quello di essere cioè mediatore tra un potere umano ed uno superiore, il suo, che lo abilita a dominare e prevaricare sugli altri. Tutto questo, ovviamente, non ha niente a che vedere con l’azione della Grazia, quanto piuttosto con l’azione del Male nel mondo. Questo fenomeno, d’altra parte, non è solo della mafia, ma di altre organizzazioni di tipo criminale alla ricerca di fondamenti psico-spirituali. Si hanno prove certe che i gerarchi nazisti collegassero la propria azione criminale alle pratiche dell’occultismo e del satanismo, forme ancora più raffinate di manipolazione del sacro. Ho, tuttavia, l’impressione che la mafia (e in genere i criminali) si vadano sempre più anch’essi secolarizzando, con un cinismo ancora più scatenato, direttamente proporzionale alla loro disperazione esistenziale.

Andrea De Gregorio
Istituto d’Istruzione Superiore “Giovanni Biagio Amico”, Trapani

(foto: ilpozzodigiacobbe.it)

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