L'ansia da separazione: diario di un cane

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MILANO -Hai infilato le scarpe, controlli maniacalmente le tasche, ti giri indietro e neppure ...

 MILANO -Hai infilato le scarpe, controlli maniacalmente le tasche, ti giri indietro e neppure mi vedi. Mi hai accarezzato neanche dieci minuti fa, quando siamo ritornati insieme dalla passeggiata e ora, tutto a un tratto, sembra che io non sia nulla più che un oggetto d'arredo. Quasi con impazienza allunghi i passi che trascini per la casa, il fatto che io ti segua sembra ora darti fastidio. Fisso il retro dei tuoi polpacci, i pantaloni ben stirati, quell'odore di armadio, che non sa, non sa ancora di me, e come ogni mattina spero che tornerai indietro, che non chiuderai la porta dietro te.

Ingurgiti il caffè, butti giù un bolo rumoroso e bollente e guardi ancora l'orologio. Io mi incollo, ti placco, mi aggancio sperando di trattenerti, tu mi rassicuri con una carezza sbrigativa, fatta così, con distrazione, sospiri sottovoce qualche cosa che non riesco a capire. Non riesco a capire perché non possiamo stare tutto il giorno insieme, sempre stretti in un abbraccio sul divano, come ieri sera, o sentire il tuo battito giungermi lontano mentre mi corri a fianco, o strusciare il muso sulle tue pantofole, quelle che hai sempre, sbavare il tuo pigiama, quello di cui non ti importa.

Quando metti quel vestito nero, tutto inamidato, che manda una puzza orrenda, invece, mi scansi come fossi la peste. Quel vestito lo metti ogni mattina, ma due giorni a settimana no. Perché? Perché anche questa mattina non lasciarsi invadere le narici dall'aria umida del parco, sentire il tuo sudore quando ti lecco la mano e quell'orrenda musica che esce da quegli strani aggeggi che infili nelle orecchie quando corri? Mi hai lanciato quell'osso che non mi piace, ecco, è l'ora: un minuto e sparirai. Fischietti insensibile, mentre mi sorridi da dietro al battente impietoso.

La porta si è chiusa, pesante, e come ogni mattina mi hai sorriso cacciandomi dentro: un giorno o l'altro mi incastrerai il naso, o un orecchio, o che so, una zampa. Sento allontanarsi le tue suole sui gradini, sempre più deboli, e gli odori svanire, affievolirsi. Il tuo odore, quello così familiare, è già più rarefatto e le tue molecole piano piano cadono al suolo. Non riesco più a percepire distintamente le note che compongono l'odore, mentre si fanno largo i sentori più terribili: il gatto del vicino esala peli al vento, il postino e lo scarico della sua moto, un ladro, forse, cammina sul pianerottolo. Rumori estranei che mi precipitano nel terrore, i guaiti distanti e i bambini che latrano monotoni. La verità è che quando hai chiuso quella porta io perdo il mio senso. Il terrore mi invade: tu dove sarai? Le macchine ti sfrecceranno a fianco, senza che io possa sorvegliarti, altri cani ti accarezzeranno le mani. Credi davvero che non me ne accorga quando torni? Gli uomini ti passeranno vicini e forse ti faranno del male: tu certo non ci credi, ma io so di che cosa sono capaci.

E io? Io sono qui, imprigionato tra queste pareti, senza poter fare niente, senza nemmeno sentire più dove sei. Il silenzio degli odori è ciò che mi sgomenta maggiormente. È irresistibile: è là, il mio muro del pianto, l'angolo affusolato dietro allo stipite, se non faccio qualcosa muoio, il cuore mi scoppia. Vado, mi insinuo, inizio a scavare freneticamente. Scende la polvere: sa di vernice. Le zampe mi fanno male ma continuo perché forse riuscirò a fare un buco e a raggiungerti, a cercarti per la città. Ho paura, troppa paura. Mi lecco le unghie tutte spezzate, di qui non cavo niente, il muro è troppo duro. Per ingannare il tempo e l'ansia guardo fuori dalla finestra. Ci sono ancora quei ragazzi che salgono e scendono dalla scala. Che faccio? Mi distraggo un po', riacquisto il mio senso, faccio la guardia, abbaio! Ma no che sciocco: mi hai già detto che devo stare zitto! Ma perché? Cosa devo fare? Non ho sonno, ho paura, non riesco a raggomitolarmi sul divano… ecco il tuo odore, l'amore, l'affetto, l'infanzia, lo struggimento, la tua mano…no… sono solo le tue scarpe. Ma io corro, le agguanto, le tengo strette a me, aspettando che ritorni, le lecco un po', ma no, ti voglio di più, le mordo, le sbaciucchio, le divoro, le polverizzo, le annullo: mi hai lasciato e questo è quello che ti meriti. Esausto collasso sul divano. Sono passati solo quindici minuti da quando sei uscito.

Gloria Vannucci

Foto: socialdogcat

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