Dalidà, mondo interiore ed arte dell'ultimo amore di Tenco

Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
PARIGI, 3 MAGGIO 2013 - In occasione del ventiseiesimo anniversario dalla sua morte, infooggi vuole ...

PARIGI, 3 MAGGIO 2013 - In occasione del ventiseiesimo anniversario dalla sua morte, infooggi vuole rendere omaggio ad una personalità intensa e misteriosa, un'anima sensibile la cui arte è sconosciuta ai più: Jolanda Cristina Gigliotti, al secolo Dalidà. Un viaggio attraverso la storia emotiva della cantante rivissuta sulle note delle sue più belle canzoni.

Il mondo artistico di Dalidà è un mondo fatto di note nostalgiche, che risentono ancora moltissimo del clima musicale anni ’50 in cui l’artista è sbocciata. Sono stati anni difficili quelli, dopo una guerra lunga ed estenuante per l’Italia, il nostro paese tentava di ricostruire tutto, dagli edifici murari all’identità stessa degli italiani, che nelle canzoni esprimevano ancora tutta la malinconia ed il pathos che l’epoca portava con sé.

Quando Dalidà canta “Gli zingari” (Les gitans), è da poco nata una forma embrionale del Festival di Sanremo, che vedeva l’esaltazione di canzoni quali “Grazie dei fior” o “Vola colomba”, in cui ancora è forte il riferimento a fatti storici contingenti, quali la situazione irrisolta di Trieste dimenticata dagli accordi internazionali. E quello zingaro di Boemia, cantato da Jolanda, è anch’egli un uomo senza terra, senza frontiere “un gitano che va”.

Sarà dopo l’enorme successo di “Nel blu dipinto di blu”, cantata da Domenico Modugno, che la canzone comincerà ad abbandonare quel velo di tristezza e polemica nei confronti della realtà, per cominciare a parlare di sogno, di bellezza e d’amore. Così anche le canzoni di Dalidà, che negli anni ’60 era motivata anche dalla travolgente storia d’amore con Jean Sobieski, comincerà ad accogliere note di tenerezza e desiderio. “Devo imparare a non chiederti più se quelli che dedichi a me sono gli stessi sorrisi gli stessi momenti che forse domani saranno di un’altra…quello che conta è che ora ci amiamo, come io so, come io amo”.

Quando nel 1966 conosce Luigi Tenco, ed inizia la sua storia d’amore, che finirà con il suicidio del cantante, Dalidà vocalizza canzoni di non poca intensità emotiva, vere e proprie preghiere d’amore, in cui le parole colpiscono al cuore, e rivelano la profondità dell’animo dell’artista. Canzoni quali “Pensiamoci ogni sera”, in cui l’appuntamento sentimentale è dato a un uomo che è partito lasciando una promessa, o “Parlami di lui”, dove la cantante cerca il continuo ricordo dell’amato, rivelano forse il sentimento che legava i due artisti, due anime legate da un eguale destino. “Parlez-moi de lui, vous le savez bien, il est toute ma vie.
Oh, je vous en prie, ne me cachez rien
que fait-il la-bas”.

L’ultimo afflato d’amore lo esprimeranno in quella meravigliosa canzone interpretata dai due, durante il Festival di Sanremo del 1967. “Ciao amore ciao”, l’ultimo vero successo della cantante, che da quel momento, dalla morte del suo amato, non troverà mai più una vera pace.
Donna forte e fragile al contempo, dai tratti duri e dall’animo sensibile. Maliziosa quando canta “18 anni”, ma dolce ed indifesa quando recita “Bang bang e vincerà chi al cuore colpirà…certo non scherzavi tu quando mi sparavi al cuore…ora non mi ami più ed ho sentito un colpo al cuore”.
Non ha avuto remore nemmeno quando, intervistata, sull’argomento Tenco e “Ciao amore” le lacrime hanno attraversato il suo volto. Abituati come siamo ormai a finti sentimentalismi, quella sua espressione di dolore e malinconia appare talmente vera da farci comprendere quale intensità appartenesse a questa grande artista, il cui malessere interiore forse mai riusciremo davvero a conoscere.
 

 

Katia Portovenero

InfoOggi.it Il diritto di sapere