L'operazione "Pillar of Defence" porta all'invasione di Gaza?

70
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
STRISCIA DI GAZA (PALESTINA), 17 NOVEMBRE 2012 – È giovedì 8 novembre. Militari ...

STRISCIA DI GAZA (PALESTINA), 17 NOVEMBRE 2012 – È giovedì 8 novembre. Militari israeliani invadono la Striscia di Gaza. Nello scontro a fuoco che ne deriva i militari occupanti uccidono un bambino di 12 anni. Poco dopo militanti palestinesi hanno fatto saltare in aria un tunnel lungo il confine e lanciato un missile anti-carro contro la jeep di una pattuglia israeliana, ferendo un militare. La risposta israeliana è stata la solita: bombardamenti a tappeto nella Striscia che, in quattro giorni, hanno già portato a 42 vittime palestinesi, cifra non ufficiale ed in continua evoluzione. Tra questi, l'omicidio politicamente più rilevante rimane quello di Ahmad Al Jabari, comandante dell'ala militare di Hamas, la cui macchina è stata bombardata nell'area di Thalatin, ad est di Gaza City.

Inizia così, come riporta l'agenzia internazionale Inter Press Service, l'operazione “Pillar of Defence” (“Pilastro di Difesa” in italiano). Fin dai primi bombardamenti israeliani gli ospedali di Gaza sono tornati ad essere in emergenza, resa meno grave solo grazie all'apertura del valico di Rafah da parte delle autorità egiziane che hanno permesso di trasferire alcuni feriti negli ospedali del paese.

Le reazioni internazionali. Nello scenario che si sta delineando, sempre più importante sembra diventare il ruolo dell'Egitto di Mohamed Morsi, alle prese con la prima crisi internazionale da quando è stato eletto presidente lo scorso giugno.
Sarà una decisione non certo semplice a delineare il ruolo internazionale egiziano sotto la sua presidenza, stretta tra il trattato di pace con Israele in vigore ormai da trent'anni e la vicinanza dei Fratelli Musulmani – di cui il governo Morsi è espressione – con i palestinesi di Hamas.
La condanna verso l'offensiva israeliana, definita «un'aggressione contro l'umanità», è stata solo il livello minimo dell'indignazione, alla quale è però seguita la visita di sole tre ore del primo ministro Hisham Qandil nella Striscia di Gaza. Secondo gli analisti, questo episodio potrebbe essere letto come il primo segno di una diversa impostazione dei rapporti con Israele, in netto contrasto con la politica tenuta da Hosni Mubarak, accusato di eccessivo squilibrio verso le posizioni israelo-statunitensi nell'area. Durante l'operazione “Piombo Fuso” del 2008 - di cui molti commentatori, anche a livello internazionale, temono una riedizione – l'allora presidente chiuse il confine con Gaza e venendo fortemente criticato per questo proprio dalla Fratellanza Musulmana, che adesso ha la possibilità di cancellare gli errori contestati a Mubarak.

Egitto-Israele-Stati Uniti. Un triangolo pericoloso. Proprio i rapporti con Washington potrebbero però raffreddare i bollenti spiriti anti-israeliani del presidente. Al di là del ruolo internazionale, infatti, Morsi deve fare i conti anche con la situazione interna, con la ratifica della nuova carta costituzionale sul piano politico e la richiesta di un prestito di 5 miliardi di prestito richiesti al Fondo Monetario Internazionale (che andranno ad aggiungersi a quanto gli stessi Stati Uniti hanno stanziato per il nuovo corso egiziano tra investimenti privati nell'area e riottenimento dell'accesso ai mercati di capitali) che serviranno a diminuire i 22,5 miliardi di deficit di bilancio.  

Mentre al Cairo si decidono le prime mosse dei nuovi rapporti con Israele – con la Germania che invita a fare pressioni su Hamas - la comunità dei leader internazionali esprime preoccupazione e timore che questa volta il processo di pace possa essere fermato per lungo tempo. I carri armati e gli oltre trentamila soldati schierati lungo in confine con la Striscia da Israele sono in tal senso più che espliciti. Nel frattempo Ehud Barak, ministro della Difesa israeliano, ha chiesto al governo di stanziare 750 milioni di shekel – circa 15 milioni di euro – per dotarsi di altri tre sistemi antimissilistici Iron Dome che, stando ai dati del Ministero stesso, hanno già intercettato 192 missili provenienti da Gaza.

I battitori liberi. A farsi sentire tra i primi anche l'ex presidente statunitense Jimmy Carter il quale, sottolineando come «entrambe le parti dovrebbero cessare le ostilità», si è comunque schierato dalla parte palestinese, sostenendo come «Israele non vuole uno Stato palestinese, la politica di colonizzazione è la causa del conflitto». Posizione in netto contrasto con quella di Barack Obama, schieratosi invece a favore di uno strano “principio di autodifesa” israeliano, dimenticando forse tutto ciò che riguarda gli insediamenti israeliani nei territori occupati, definiti illegali anche dalla Corte internazionale di giustizia de L'Aja. Memoria corta anche per Catherin Ashton, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell'Unione Europea, che si è detta «profondamente preoccupata per l'escalation di violenza», aggiungendo che «il lancio di razzi da parte di Hamas è inaccettabile e va fermato. Israele ha il diritto di proteggere se stesso». Chissà se in questo diritto è compreso anche quello di impiegare il fosforo bianco contro i civili (come fatto nel 2006 durante l'operazione “Piombo Fuso”)

All'ex presidente si sono poi aggiunte due voci agli antipodi, sia per posizioni politiche che per obiettivi: quella del leader di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah che – rivolgendosi ai paesi arabi – ha chiesto che questi sfruttino la leva del petrolio per costringere Stati Uniti ed Europa a schierarsi contro la politica di Israele.
Seppur con una posizione notoriamente diversa, la stessa richiesta arriva anche dal linguista ed intellettuale Noam Chomsky che, in un appello firmato anche da altri esponenti del mondo culturale, più che analizzare la situazione politico-militare si è interessato al netto ed evidente squilibrio dei media mainstream, accusati «nella migliore delle ipotesi» di «un modo scadente e distorto di riportare i fatti» e, «nella peggiore» di fare «una volontaria e disonesta manipolazione dei lettori».
«Facciamo appello ai giornalisti che, nel mondo, lavorano per le grandi testate mediatiche affinché rifiutino di essere strumenti di questa sistematica politica di dissimulazione» - conclude l'appello - «Facciamo appello ai cittadini perché si informino attraverso media indipendenti, e perché diano voce alla loro coscienza attraverso qualsiasi mezzo per loro possibile».

La guerra sul web. Mezzi che potrebbero essere quelli ormai noti alla comunità di internet. Oltre ad un “liveblog” in costante aggiornamento messo in piedi dal network di Al Jazeera, entrambe le fazioni si stanno combattendo anche sul social network twitter, dove Israele si è presentato con un hashtag ufficiale #PillarofDefence ed al quale i palestinesi hanno risposto lanciando #GazaUnderAttack. Perché se una volta oltre alla vittoria sul campo di battaglia era importante ottenere anche il cuore e le menti della gente, con il modernizzarsi delle guerre è diventato fondamentale anche ottenerne la propria coscienza internettiana.

(foto: la guerra tra Israele e Palestina a colpi di internet. Fonte: tg24.sky.it)
Andrea Intonti [http://senorbabylon.blogspot.it/]

InfoOggi.it Il diritto di sapere