Nomine Asl, Caso De Girolamo docet: Riflessioni su un meccanismo troppo politicizzato

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MILANO, 17 GENNAIO 2014 - «Michè (Michele Rossi, manager dell’Asl di Benevento), ...

MILANO, 17 GENNAIO 2014 - «Michè (Michele Rossi, manager dell’Asl di Benevento), scusami, al Fatebenefratelli (di Benevento) facciamo capire che un minimo di comando ce l’abbiamo. Altrimenti mi creano coppetielli con questa storia. Mandagli i controlli e vaff…! Io non mi permetto di farlo, però ad essere presa per c… da Carrozza, quando poi gli ho dato tanta disponibilità ogni volta che mi hanno chiesto, Miché».

Queste le ormai note affermazioni - incise tutte su un nastro e consegnate lo scorso 19 settembre ai magistrati da Felice Pisapia, dall’allora direttore amministrativo dell’Asl di Benevento - del ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo. Stralci di conversazioni che stanno scatenando un nuova bufera politica, accendendo - per l’ennesima volta - una luce negativa sul meccanismo di nomina dei vertici delle Asl: un meccanismo troppo politicizzato.

Eppure, tutto ciò sembrerebbe essere legittimato - in un certo senso - dalla stessa normativa che disciplina la nomina del Direttore generale che - a sua volta - provvede a nominare sia quello amministravo, che il Direttore sanitario. Infatti, in seguito alla decisione del Legislatore di procedere ad una riforma del sistema sanitario (D.Lgs 502/1992 a sua volta modificato dalla riforma sanitaria ter, ovverosia il D.Lgs. 229/1999), si passa - anche nell’ottica di porre in essere il cosiddetto Federalismo fiscale (in auge all’epoca della riforma) - da un potere centralizzato (Stato) ad un potere territorialmente localizzato, attraverso le Regioni (cosa che si evince subito leggendo l’art.1 comma 1 del D.Lgs. 229/1999 e confrontandolo con la precedente definizione di Sistema Sanitario Nazionale, introdotto dall’art. 1 dalla Legge 23 dicembre 1978, n. 833 - Istituzione del S.S.N.) e mediante il rafforzamento del ruolo dei Comuni (attraverso il Sindaco o la Conferenza dei sindaci).

Infatti, oltre all’introduzione dei livelli uniformi di assistenza che - attraverso le aziende AUSL (che pur essendo giuridicamente dei soggetti pubblici, nel perseguire i propri fini, agiscono come farebbe un qualsiasi imprenditore privato) - le Regioni provvedono ad assicurare ai cittadini nel proprio territorio nazionale (art.3, comma 1, D.Lgs. 229/1999); ai suddetti Enti viene dato anche un certo margine di potere nella nomina dei vertici delle Asl (art. 3-bis della sopraindicata legge). In virtù di ciò, la varie Giunte regionali - in base a quanto previsto dal D.Lgs 502/1992 (modificato dal D.Lgs. 229/1999) – procederanno all’approvazione dell’albo degli idonei, a cui attingeranno per la nomina del Direttore generale.

Il fatto stesso che, il suddetto elenco, debba uscire dalla Regione, lo rende - a sua volta – politico. E non stupisce quando, all’atto della nomina – nella maggior parte dei casi – il prescelto è un simpatizzante o, addirittura, un militante del partito politico che in Giunta Regionale detiene la maggioranza. Inoltre, poiché - a sua volta - è il Direttore generale che deve provvedere a scegliere il Direttore Amministrativo e Sanitario che lo affiancheranno, anche in questo caso è probabile che la decisione ricada su persone dello stesso orientamento politico. Un meccanismo perverso destinato a degenerare.

Tuttavia, poiché i nostri politici sembrano non essere dotati di memoria storica, passato il tanto rumore provocato dall’aver scoperchiato il vaso di Pandora di turno - da bravi discepoli del “gattopardismo” - al limite lasceranno cadere qualche testa, per poi non cambiare nulla.

(Foto: tmnews.it)

Rosy Merola
 

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