Simone Weil e il Manifesto per la soppressione dei partiti politici
Alcuni testi oltrepassano il momento in cui sono stati scritti rivelando la loro eccezionale attualità, come nel caso di questo breve saggio, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1950 sul numero 26 della rivista «La Table Ronde», riproposto in Italia nel 2012 da Castelvecchi con una prefazione di André Breton (pp. 60, euro 6).
“Un articolo pieno di fuoco” (1), ammirevole, il cui titolo originale è Note sur la soppression générale des parties politiques. L’autrice è Simone Weil (Parigi, 1909 – Ashford, 1943), intellettuale francese del secolo scorso scomparsa prematuramente a soli 34 anni, donna straordinariamente contraddittoria, insegnante di filosofia e insieme manovale e operaia di fabbrica (scoprirà sul campo le durissime condizioni di lavoro di cui scriverà “con cognizione di causa” in La condizione operaia), militante di estrema sinistra pur non condividendone completamente l’ideologia, combattente nella guerra civile spagnola, di famiglia ebrea ma vicina al cristianesimo, sempre dalla parte dei più deboli, degli oppressi.
Questa “Nota” - e non “manifesto” - offre interessanti spunti di riflessione sull’ipocrisia partitica; è lontana però dall’esaltare l’antipolitica, al contrario, l’intrinseco messaggio è di natura più ampia, va oltre la politica stessa, di cui viene rilanciato il senso più alto e nobile.
Nell’analisi lucida e disarmante di Simone, che con metodo filosofico prende le mosse dalla nascita dei partiti europei in senso moderno - avvenuta nella Francia del Terrore - per poi bollarli come totalitari e “nocivi nel principio” (2) sia per le dittature che per le democrazie, si colgono echi della concezione politica esposta in un’altra opera, L’Enracinement, tradotta in Italia con il titolo La prima radice. La politica, sottratta ai meccanismi del dominio e del prestigio, non dev’essere intesa come “tecnica per l’acquisto e la conservazione del potere" (3), ma come arte di composizione su piani multipli, luogo della verità e dell’impegno etico, della ricerca della giustizia, della cura del bene pubblico, ponte o strumento per creare “una forma di civiltà che valga qualcosa” (4), i cui fondamenti sono da ricercare "fra le verità eternamente iscritte nella natura delle cose" (5) e non in una determinata costituzione o in un dato partito politico.
Laddove la politica si identifichi con il potere, con la lotta e i giochi legati alla sua spartizione, i partiti rappresentano una necessità, “un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un Paese, non uno spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discernere, negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità. Ne risulta che - eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite - vengono decise e intraprese solo misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si affidasse al diavolo l'organizzazione della vita pubblica, non saprebbe immaginare nulla di più ingegnoso” (6).
Non solo repressivo del senso di verità e di giustizia, lo spirito di partito, quale è da intendersi l’adesione a una data ideologia, in determinate condizioni storiche, induce l’individuo a “non pensare quasi più” (7), imbrigliandone il pensiero nelle due posizioni del «pro» e del «contro». Di qui l’intuizione dell’autrice che individua la vera menzogna del Novecento nell’educazione partitica (8), in quell’addestramento delle coscienze operato dai partiti, mutati in “macchine per fabbricare passioni collettive” (9), fucine di verità confezionate. In un passaggio arriverà ad asserire con amarezza che “L’influenza dei partiti ha contaminato l’intera vita mentale della nostra epoca” (10), con le note e drammatiche conseguenze.
Parte centrale del pamphlet riveste la “vaghezza” della dottrina. “Il fine di un partito è cosa vaga e irreale. Se fosse reale, esigerebbe un enorme sforzo d’attenzione, in quanto una concezione del bene pubblico non è cosa facile da elaborare. L’esistenza del partito è palpabile, evidente, e non esige alcuno sforzo per essere riconosciuta. È inevitabile, così, che in realtà il partito sia esso stesso il suo proprio fine” (11).
Dunque, un partito, che dovrebbe essere solo un mezzo per realizzare il bene pubblico, diventa il proprio stesso fine, interessato esclusivamente alla propria sopravvivenza e al proprio prosperare, oggetto di idolatria e di proselitismo, rivelando così la propria tendenza totalitaria e l’inclinazione alla menzogna, perdendo di vista la verità, la giustizia e l’utilità pubblica, che sono i criteri sintomatici del bene, l’unico fine possibile - “Solamente il bene è un fine” (12).
Per tali ragioni Simone Weil propone la soppressione dei partiti, ritenuta per la vita pubblica “un bene quasi allo stato puro” (13), da realizzare non attraverso “un atto di forza” (14), ma mediante un’operazione di disinganno collettivo da maturare nell’intimo, confidando nella capacità dell’uomo di farsi guidare dalla “luce interiore” (15), dalla Giustizia e dalla Verità e riscoprendo la “maestà intrinseca della legge” (16).
In quest’ottica meno nocivi dei partiti appaiono i circoli che si vengono a creare in modo naturale intorno alle riviste di opinione, “ma questi circoli dovrebbero essere mantenuti in stato di fluidità” (17), in forme non cristallizzabili, senza etichette e senza possibilità di carriera.
Concludendo, la filosofa della mitezza - come è stata definita la Weil - ci ricorda che l’uomo è un essere libero e pensante, per natura chiamato a costruire l’equilibrio tra la sfera materiale e quella spirituale, un’aspirazione non più relegata al sogno, ma traducibile in realtà.
Note:
(1) S. Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2012, p. 54
(2) Ibidem, p. 44
(3) S. Weil, La prima radice, p. 197.
(4) Ibidem, p. 198.
(5) Ibidem.
(6) S. Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2012, p. 40.
(7) Ibidem, p. 47.
(8) Ibidem, p. 33.
(9) Ibidem, p. 43.
(10) Ibidem, p. 42.
(11) Ibidem, p. 30.
(12) Ibidem, p. 29.
(13) Ibidem, p. 44.
(14) Ibidem, p. 17.
(15) Ibidem, p. 35.
(16) Ibidem, p. 46.
(17) Ibidem, p. 45.
(Immagine: da Twitter)[MORE]
Domenico Carelli
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