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"The fighter", David Russell in lotta per gli Oscar

Campania

Tra gli outsider nella corsa agli Oscar 2011, “The fighter” di David O. Russell (7 nomination) potrebbe non limitarsi al ruolo di sparring partner. La vera lotta di quest’opera è stata quella della tribolata genesi, passata per un cambio di regista (da Aronofosky, poi lanciatosi sul progetto “The wrestler”, a Russell) e di cast (dopo il forfait di Matt Damon e la complessa trattativa con Brad Pitt, il ruolo di co-protagonista è stato assegnato a Christian Bale). Nel mezzo, lo sciopero dei sceneggiatori del 2007. Il punto fermo è stato invece Mark Wahlberg, [MORE]che nonostante le sospensioni dei lavori ha continuato ad allenarsi con due pugili per interpretare con degno fisique du role il ruolo del protagonista Micky Ward, pugile irlandese-americano realmente esistito, ex campione del mondo noto per gli incontri all’ultimo sangue – ma leali – con l’italo-canadese Arturo Gatti.

La carriera di Micky è agli inizi, malamente gestita dalla madre e dal fratello Dicky (lo scheletrico Christian Bale), orgoglio della comunità cittadina per aver sconfitto Sugar Ray Leonard. Vecchi bei tempi. Anzi, vecchi bei denti: ora Dicky è un fumatore incallito di crack, su cui un’emittente locale sta girando un documentario. Sulla boxe? No, sul crack. Nonostante le buone potenzialità – il fulminante gancio sinistro – Micky si vede le ali tarpate da una dubbia gestione manageriale dei suoi incontri da parte della famiglia, ma non riesce a recidere i contatti professionali con i suoi poiché riconosce di dover ogni insegnamento al fratello. Verrà convinto dalla ragazza Charlene (perfetta Amy Adams), con buoni risultati, fino ad una title shot che saprà di bivio: come fare a meno del fratello, frattanto reduce da una villeggiatura in carcere?

Definire “The fighter” un semplice film sul pugilato sarebbe un colpo basso. Né gli si possono imputare gli accenti retorici da parabola sull’American Dream o i risvolti semplicistici di tanto cinema di genere. “The fighter” reca il carattere dialettico dello scontro, in cui il superamento delle avversità non si dà come vicenda lineare dell’eroe di turno, ma si sfuma e si sostanzia delle implicazioni psicologiche ed emotive dei rapporti familiari. Un’impalcatura di questo tipo non poteva che reggersi su interpretazioni di qualità. Mentre Wahlberg sfodera, oltre al fisico, una prova attoriale di rude essenzialità, è l’istrionismo di Christian Bale a guadagnarsi la scena, con una metamorfosi che rasenta la calibrazione dei tic: Batman è diventato un pugile “Joker”. Il duo femminile Amy Adams, partner adeguatamente sanguigna di Micky, e Melissa Leo, madre untuosa dal sottofondo umano, completa il quadrilatero drammatico senza il “melo”.

La mano del regista si fa sentire, come un montante ben diretto al mento. Se i toni da agiografia sportiva sono accuratamente schivati, è merito anche di deliberati percorsi visivi, con una macchina da presa che sta addosso ai personaggi ma riesce strategicamente a straniarsene fino ad inaspettati effetti documentaristici. La complessiva sensazione di realismo – alcuni hanno scomodato “Toro scatenato”: in realtà i combattimenti costituiscono le parti volutamente “televisive” – non è turbata da sottolineature più artate ma non meno intelligenti: il campo e controcampo visivamente pugilistico tra Micky e l’irresponsabile fratello carcerato rientra certamente tra i momenti più indovinati, ma forse l’highlight resta la scena in cui Dicky, nella sala comune della prigione, accompagna la messa in onda del documentario che lo vede protagonista con le consuete pagliacciate da spaccone, per poi rendersi conto di non essere la superstar che sconfisse Sugar Ray, ma solo un caso clinico diventato fenomeno da baraccone: il close up sul viso perplesso di Christian Bale con la bocca semi-aperta vale più di tutte le ciarle biascicate da Dicky durante il film. Come a dire: l'occhio della cinepresa a volte è più penetrante della realtà stessa:.Chissà che non arrivi una statuetta a far restare di nuovo Bale a bocca aperta.