Generazione 2010: la vita non è un puzzle, quel che si spezza non si può ricostruire

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Riceviamo e pubblichiamo CATANZARO - Abbiamo paura. Abbiamo paura del futuro, di quello che potr&...

Riceviamo e pubblichiamo

CATANZARO - Abbiamo paura. Abbiamo paura del futuro, di quello che potrà accadere. Abbiamo paura di cosa diventeremo un giorno, se diventeremo qualcosa… un giorno. Abbiamo paura di fidarci di quegli occhi apparentemente sinceri. Apparentemente… appunto. Abbiamo paura di essere giudicati, ma di giudicare mai. Perché è vero, siamo sempre pronti a puntare il dito contro qualcuno senza mai puntarlo verso noi stessi. Chissà, forse perché abbiamo ancora paura di sentirci dire “hai sbagliato” o forse perché ci viene difficile ammettere di averlo fatto. Vediamo lo sbaglio come una cosa negativa, come un reato. Senza renderci conto che è proprio grazie a quello che noi cresciamo, maturiamo, insomma, diventiamo più grandi. Giorno per giorno. Un errore, uno sbaglio è un nuovo insegnamento, un nuovo traguardo, una nuova vittoria.

Ed è ancora più grande la vittoria nel saper capire dove abbiamo sbagliato. Ecco come diventiamo grandi, sbagliando e imparando. Da piccoli non vedevamo l’ora di diventare grandi. Ma se diventarlo vuol dire prendere una sigaretta in mano, metterla in bocca e aspirare…. Allora vuol dire che non si vuole diventare grandi, ma semplicemente copiare quei grandi che lo fanno. Ci sentiamo grandi solo perché abbiamo una sigaretta in mano. Ora, invece, vorremmo tornare bambini, bambini ingenui e all’oscuro di tutto ciò che ci circonda.

Dalla gente che non si fa scrupoli ad ammazzare un essere umano, dalla gente che preme il grilletto senza cuore e senza anima, dalla gente che getta una creatura appena nata in un cassonetto della spazzatura. Dal soffrire per una persona, per amore, per amicizia. Dal capire che la vita è veramente dura, giorno dopo giorno. Forse per questo vogliamo tornare bambini. Perché col tempo abbiamo capito che la vita non è un puzzle, non è un gioco, ma è realtà, è verità, ciò che si spezza non può essere ricostruito. Paura di affrontarla, di non farcela, di poter essere abbandonati un giorno da qualsiasi persona a noi cara, di non riuscire più a fidarsi di nessuno, neanche di noi stessi…a volte. Paura di girare l’angolo della via che percorriamo ogni giorno ed essere ammazzati da qualsiasi persona. Perché oggi c’è da aspettarsi anche questo dal mondo… purtroppo.

Abbiamo così tanta paura che non abbiamo neanche il coraggio di fermarci a soccorrere una persona buttata sulla strada. Che vergogna. Non c’è migliore definizione di questa. Parlano tanto male dei Rumeni, degli Albanesi e così via. Ma noi? Noi italiani abbiamo qualcosa di diverso da loro? Non uccidiamo? Non violentiamo? Facciamo le stesse identiche cose. Eppure, ci definiamo migliori di loro. Si, forse per la cucina, non di certo per l’umanità! Critichiamo i paesi esteri e gli stranieri, ma qui la vita non è rose e fiori. E questo è solo un modesto sfogo di una semplice studentessa che vive in una delle regioni più discriminate e sicuramente tra le più povere d’Italia: la Calabria…un luogo da cui molti vorrebbero scappare, …un luogo in cui solo la bellezza incolpevole del mare può, per un istante, tanto breve quanto infinito, lasciarci dimenticare quello che mare non è.

Anna Cardile
 

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