Il correntismo in magistratura: un potere non più invisibile
Il caso Facciolla è soltanto l’esempio. Il problema è un potere che non lascia impronte
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Tango, ha chiesto alla politica di abbassare i toni e di smettere di delegittimare i giudici «solo perché applicano la legge». Sottoscrivo, parola per parola. Aggiungo però la domanda che nessuno gli ha rivolto e che invece qualcuno deve rivolgergli: e quando la legge non viene applicata? Quando a essere travolto è un semplice cittadino o un magistrato e a travolgerlo è l’organo che dovrebbe garantirlo? Chi lo difende, allora? Chi risponde? Perché è esattamente in quel punto che la solidarietà di categoria si spegne, i comunicati non escono, le assemblee non si convocano e nessuno viene portato in trionfo.
Prendiamo un caso: Eugenio Facciolla guidava dal 2015 la Procura di Castrovillari. Nel novembre 2019 il Consiglio Superiore lo trasferisce in via cautelare a Potenza, da procuratore della Repubblica a giudice civile. Nel febbraio 2024 gli nega la conferma nell’incarico per carenza delle «imprescindibili condizioni di indipendenza ed equilibrio». Il 18 luglio 2025 il Tribunale di Salerno lo assolve. Trentasei udienze, sette anni di indagini, intercettazioni ambientali, telecamere, accertamenti spinti dentro la vita familiare di un uomo. Esito: nulla. Il 21 luglio 2026 il Consiglio revoca il trasferimento. Il 24 agosto il Consiglio di Stato respinge l’appello del Ministero e dello stesso Consiglio e fissa un principio che andrebbe inciso sulle pareti di Palazzo dei Marescialli: l’amministrazione non può decidere contro la realtà dei fatti accertata dal giudice penale.
Sette anni. Una Procura di frontiera decapitata. Indagini interrotte che nessuno riprenderà. E alla fine nessun responsabile: non un nome, non una firma, non un procedimento, nemmeno una riga di spiegazione ai cittadini. Qui finisce l’esempio e comincia il problema.
Ecco perché il correntismo nella magistratura, oggi, è più pericoloso di apparati dello Stato assai più chiacchierati, e per certi versi più insidioso dello stesso antistato che in Calabria conosciamo fin troppo bene. L’antistato ha un volto. Spara, minaccia, compra. E quando lo si prende esiste una norma che lo qualifica, un processo che lo giudica, una pena che lo aspetta. Il correntismo no. Il correntismo non commette reati: distribuisce. Non minaccia: non promuove. Non elimina nessuno: sposta. E lo fa con atti formalmente perfetti, motivati, votati a maggioranza e pubblicati sul sito istituzionale. Contro la ’ndrangheta abbiamo un codice penale. Contro una carriera spezzata a tavolino abbiamo, nella migliore delle ipotesi, un ricorso amministrativo che arriva sei anni dopo, quando l’ufficio è già stato guidato da un altro, le indagini sono già state disperse e la vita di qualcuno è già finita. Il danno è identico. La sanzione non esiste.
Perché non si dica che è il solito avvocato che se la prende con le toghe, riporto quello che dicono i magistrati. Non i nemici della magistratura: i suoi figli più scomodi, quelli che hanno pagato di persona il prezzo di parlare.
Natalia Ceccarelli, consigliera della Corte d’appello di Napoli, dimessasi dall’Anm dopo il referendum, ha detto che «il correntismo ci ha privati della dignità della funzione» e ha aggiunto che associazioni private, con iscritti riservati, si sono impadronite di un organo di rilievo costituzionale e ne gestiscono le carriere secondo criteri di appartenenza anziché di merito.
Carmen Giuffrida, già pubblico ministero e giudice penale a Catania, con una carriera internazionale alle spalle, sostiene che in nessun altro Paese ha visto una politicizzazione simile e che le correnti hanno «occupato abusivamente» il Consiglio Superiore; che fare carriera per soli meriti è quasi impossibile; e che lei, indipendente, dal Consiglio non ha mai ottenuto nulla. Andrea Mirenda, unico togato indipendente dell’attuale Consiglio, ha denunciato che perfino la Scuola superiore della magistratura è merce di scambio fra i gruppi, e ricorda che in un rinnovo del direttivo tutte e sei le designazioni consiliari furono annullate dal giudice amministrativo. Antonio Saraco, consigliere di Cassazione calabrese, si è dimesso dall’Anm definendola «un partito politico che non intendo finanziare». Clementina Forleo la storia la conosce a memoria: si è trovata isolata per aver toccato ciò che non andava toccato, e ancora oggi, quando pone domande scomode, la risposta che riceve è una querela.
In un documento sottoscritto qualche mese fa da ventinove fra giudici e pubblici ministeri c’è la descrizione più fredda e più spietata del meccanismo, e non l’ha scritta un avvocato. Il giudice che deve decidere su una misura cautelare in un’inchiesta importante è spesso un gip giovane, oppure un magistrato che in quel momento ha presentato domanda per un incarico direttivo. La sua carriera passerà dal Consiglio, dove siedono i colleghi della corrente cui appartiene il procuratore. Si sentirà davvero libero, quel giudice, di dire di no?
Quel giudice deve decidere sulla libertà di un uomo con l’illusione di aver potuto leggere, in poche ore, le migliaia di pagine versate dagli inquirenti e senza avere materialmente il tempo di leggere gli atti della difesa. Se a questo si somma anche solo il sospetto di una dipendenza di carriera, il risultato non è un’ipotesi accademica: è il morbo del carrierismo cinico che mette in conto il sacrificio degli innocenti. E gli innocenti, in Calabria, si contano.
Il caso Facciolla non è un incidente calabrese. È il modo in cui certi incidenti riescono meglio. Il vero pericolo per l’indipendenza della magistratura non è mai stato il Parlamento. È l’autoreferenzialità, quel populismo giudiziario che riflette con precisione ciò che Aristotele chiamava demagogia, la forma degenerata della democrazia in cui sovrana è la massa e non la Legge. Un potere che si dichiara infallibile per non doversi mai spiegare finisce per non essere più creduto e un potere che non è più creduto non è più indipendente: è soltanto isolato. Allora si smetta anche di considerare fisiologico che un magistrato debba difendersi per sette anni dallo Stato che ha giurato di servire, per poi sentirsi dire che ha vinto. Alla fine tutti tornano al proprio posto. E resta la sensazione che ci accompagna da troppo tempo: non essendosi potuto fare in modo che ciò che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che ciò che è forte fosse giusto.
Il potere che non lascia impronte è il più difficile da processare: non c’è una scena del crimine, non c’è un colpevole da indicare, non c’è un pentito che parli. Ma invisibile non lo è affatto. Si vede benissimo. Si vede dal numero delle sue vittime, il Procuratore Facciolla è soltanto una delle ultime vittime.
Avv. Antonello Talerico
Consigliere Nazionale Forense
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