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Indagare nel crimine

Emilia Romagna

BOLOGNA, 04 DICEMBRE 2014 - Quando vengono commessi un omicidio, un rapimento, un atto di particolare violenza o un crimine considerato minore ma comunque allarmante, ecco che i cuori si agitano, i cuori di tutti coloro che a qualsiasi titolo sono coinvolti nel crimine: le vittime in primis, i familiari, gli amici, i semplici concittadini, ma anche i carnefici o i presunti tali.

I cuori agitati hanno dietro tante storie che a un certo punto si trovano, separate ma tutte insieme, dentro una vicenda di cronaca nera. Questa vicenda finisce inevitabilmente sotto la lente dei mezzi di informazione, attira grande interesse e provoca sdegno, solidarietà verso vittime e famiglie, condanna verso crimine e criminali, ma anche qualcos’altro: un sempre più forte senso di insicurezza, di paura. 

Questo spazio si chiama Nel cuore del crimine proprio perché si propone di fare il punto, di tirare le fila dei fatti più recenti (ma non solo) attorno ai quali si crea particolare clamore, ma con una piccola “pretesa” in più: quella di entrare più a fondo, di indagarli con una visuale allargata che esplori non solo il fatto in sé con l’essenzialità della cronaca, ma anche l’animo dei protagonisti, l’ambiente circostante e, soprattutto, se e quanto le mutazioni sociali abbiano inciso sull’accaduto. Un esempio per tutti: il femminicidio. In questo tipo di delitto l’assassino non è certo un pazzo, ma solo un uomo che considera la moglie o la compagna una proprietà esclusiva e che reagisce uccidendola se questa si “permette” di volersi allontanare. Questo in estrema sintesi, fermo restando che ogni caso ha in sé innumerevoli sfumature.

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La nostra non è una nazione che registra un numero così alto di serial killer come negli Stati Uniti, se si intendono per serial killer i pluriomicidi con personalità psicopatica e sociopatica, incapaci di resistere a pulsioni di esercizio del potere o a pulsioni sessuali sadiche. I serial killer ci sono anche in Italia: pensiamo al mostro di Firenze la cui identità resta a tutt’oggi sconosciuta; a Michele Profeta, il serial killer delle carte da gioco perché ne lasciava una vicino a ogni vittima, che terrorizzò Padova tra il 2001 e il 2004; a Donato Bilancia, il killer dei treni, che fra il 1997 e il 1998 in Liguria fece 17 vittime accertate (ma forse furono di più). Però basta fare mente locale su quanto documentano i mezzi di informazione, per verificare che molto spesso ciò che arma una mano assassina o violenta non è tanto una mente malata quanto una personalità che ha assorbito il peggio che la società possa offrire: degrado ambientale, educazione sbagliata o inesistente, disvalori trasmessi di generazione in generazione, abbandoni affettivi o reali. Un campionario di negatività lungo come un’autostrada.

Intendiamoci: non c’è deprivazione subita al mondo che giustifichi il fare del male agli altri. Chi ha ucciso, rapito, violentato, picchiato è e resta un criminale, un colpevole con le sole attenuanti che la legge gli concede. Niente di più e niente di meno.

Ma se conoscere qualcosa vuol dire anche poterlo evitare quando è negativo, allora cercare di capire perché è accaduto un fatto di cronaca nera non vuol dire giustificare il colpevole. Vuol dire invece accrescere la possibilità di non esserne coinvolto in alcun titolo, né ora né in futuro, e che non ne saranno coinvolti neppure i nostri affetti. Ecco perché siamo convinti che valga la pena entrare Nel cuore del crimine.

Paola Bergonzoni