L’esaltazione dell’oggi e l’oblio del passato

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C’è una corsa esagerata dell’uomo ad immortalare nei suoi pensieri e nel suo cuore la facciata ...

C’è una corsa esagerata dell’uomo ad immortalare nei suoi pensieri e nel suo cuore la facciata esteriore ben curata dell’oggi. Si tende ad essere nell’immediato, escludendo ogni riflesso che venga dal giorno prima. Si dice che si è moderni e vivi e che quindi non ci sia tempo per riflettere sul passato. La partita deve essere giocata oggi! Affacciarsi alla finestra di ciò che è stato può per molti limitare la bellezza dell’oggi e del domani. Sembrerebbe una buona cosa vivere intensamente il presente senza cadere nelle mille ragnatele di ciò che è stato; ma è veramente così? Tutto ciò aiuta a migliorare la vita? Rafforza per caso la fede e la speranza? Produce effetti buoni sullo spirito e sull’agire del singolo e di una comunità? Perché si esalta il pensiero che dura pochi secondi e si tralascia il valore dell’eterno? Cosa sta succedendo?

Scrive il teologo: “Oggi si sono prese le distanze da ben duemila anni di scienza sacra, di fede definita, di sana dottrina, di retta moralità. Si vuole l’oggi senza il passato. La storia di ieri non può condizionare, si dice, il presente. L’oggi è oggi. Poiché oggi è l’era del soggettivismo istintivo e momentaneo, dalla durata di pochi secondi, non si può più pensare ad una verità eterna”. Quando avanza il soggettivismo arretra la verità oggettiva che tutto precede. Se l’uomo non ha un riferimento oggettivo che la storia comunque gli riserva sempre per la sua salvezza e redenzione, rischia di perdersi per strada; di battere la testa; di sbagliare tragitto; di favorire ogni tipo di scorciatoia; di reclamare diritti, sfondando persino l’ontologia della natura e la sostanza divina delle sacre scritture.

Un caos artificialmente proiettato verso un mondo di pericoli e di agguati materiali e spirituali. La cosa peggiore è che lo stesso caos viene preso a misura vincente di un mondo che cambia e si riappropria di tutto ciò che ruota intorno all’uomo, sostituendosi persino a Dio. Magari restano in piedi proclami e attenzioni per il valore della Parola, ma non c’è traccia di obbedienza, di comunione, di condivisione, di oggettività, di timore verso il Signore. Succede allora che si sfa’ e disfà il presente ei suoi contenuti ed ogni verità si viene calibrata sul desiderio o l’obiettivo da raggiungere nel contesto di riferimento. Ecco perché ormai, scrive sempre il teologo, “non si può aderire ad una dottrina immutabile, ad una scienza sacra fondata su principi oggettivi che hanno valore universale per ogni uomo e ogni tempo”.

La persona così si svuota. Il suo apostolato sparisce; si stanca; rallenta il passo; viene destituito da altre faccende comuni. Il danno che ne consegue è pesante anche se il suono di mille sirene sa nascondere ogni pericolo e indorare l’amara pillola che, prima o poi, dovrà essere ingoiata. Non esiste più una delega soprannaturale e divina da Dio verso l’uomo, come è di fatto nella struttura dell’universo, ma una delega dell’uomo che passa ad altro uomo. Si respinge la propria funzione divina, suprema garanzia per ordinare nel modo miglior possibile la cadenza delle opere sociali, politiche, economiche e di ogni altro valore quotidiano, per elevare sé stessi al cospetto della sola tangibilità terrena. Urge che l’uomo, occupato sempre di più ad accatastare i tanti beni materiali, riscopra lo Spirito Santo e rimetta al giusto posto i sentimentalismi e le emotività che spesso coprono ogni cosa, imbrogliando la mente e il cuore.

Egidio Chiarella

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