Una società tra più cattiverie e meno silenzi

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Non sempre le difficoltà devono provenire per forza da problemi economici o occupazionali, ancora p...

Non sempre le difficoltà devono provenire per forza da problemi economici o occupazionali, ancora purtroppo in pole position, ma più volte esse hanno radici profonde nelle modalità comportamentali di tutta una comunità. Ci sono due aspetti che pesano sulle relazioni quotidiane di ognuno e che si stanno sempre di più ampliando e cronicizzando. La incapacità di capire quando sia necessario fare silenzio e la facilità di incattivirsi dinnanzi ad una presunta offesa altrui. Per i cristiani e quindi per tutti gli uomini di buona volontà l’essere misericordiosi dovrebbe essere un permanente stile di vita. Questo non significa chiudere gli occhi dinnanzi all’errore di qualcuno che si riflette in negativo sulla propria vita. Il perdono non è mai una sconfitta, così come non lo è la correzione fraterna che racchiude in sé il senso unitario dell’umanità in Cristo.

Ma è chiaro che è più facile incattivirsi, tralasciando le responsabilità personali e il rispetto per alcuni principi universali che aprono al buon senso e alla costruzione di relazioni circolari che salvano. Non è cosa buona amplificare una sorte di predominio personale su chi si abbia di fronte. Oggi non c’è più pudore. L’altro giorno su un autobus Una donna ha minacciato una madre che era ferma sull’autobus con un passeggino occupando l’uscita. Grida, spintoni e una sberla sul braccio, ma soprattutto la mancanza di serenità interiore, necessaria in momenti di confusione per superare attimi di tensione o comunque di ostacolo. Ovunque dagli stadi, ai luoghi pubblici più frequentati si è pronti a reagire con una tensione fuori dal normale ad un qualsiasi diniego o piccolo intoppo. C’è l’idea che una buona dose di grinta incattivita possa dimostrare la propria forte personalità.

Un errore fuori dal comune che mostra invece come non si è più capaci di sedare dentro di sé una pur comprensibile ostilità, prima di manifestare all’esterno una legittima pretesa o il danno per un comportamento altrui sbagliato. Si grida e si condanna ogni cosa. Tolleranza zero! C’è bisogno di ritrovare sé stessi, senza nascondere quanto si è potuto subire ingiustamente, ma facendolo emergere evitando di perdere il controllo di sé. È anche la garanzia più seria per trasferire all’altro una vera correzione fraterna, che trova in una reazione equilibrata la testimonianza più concreta di una sana traccia cristiana. Non bisogna neanche sottovalutare il valore del silenzio, in una società in cui non si ha la pazienza di tenersi qualcosa per sé. Tutto si vomita all’esterno e sui social lo si certifica al mondo. Eppure a volte il silenzio dice cose che il frastuono non potrebbe mai gestire.

Il silenzio in alcune occasioni e garbo comportamentale; è prudenza; è rispetto per l’altro; è un parlare chiaro senza voce. Nel vangelo troviamo come sempre l’esempio più idoneo per comprendere il significato reale di una qualsiasi cosa. Gesù in tanti episodi della sua vita si trova a raccomandare l’altro, che ha ricevuto la grazia della guarigione, a non dire in giro del beneficio avuto. Perché una richiesta del genere? Risponde il teologo del Signore: “Perché Lui non è stato mandato per liberare l’uomo dalle croci fisiche, ma da quelle dell’anima, dello spirito, del cuore, della mente. Lui è venuto per togliere Satana dal cuore e mettere il Padre suo. Ciò che si deve gridare è la conversione. Ero perduto e ora sono salvo. Ero peccatore e ora sono ritornato nella grazia del mio Dio. Ero tenebra e ora sono luce”. Parlare non dei vantaggi materiali ricevuti, ma della trasformazione del cuore che molti, ignorando la Parola, fanno fatica a costruire dentro di sé.

Egidio Chiarella

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