La Giostra della Legalità. Processo Rostagno, cronaca in differita

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TRAPANI, 3 MAGGIO 2012 - Qualche settimana fa, durante una delle udienze del processo che si sta ten...

TRAPANI, 3 MAGGIO 2012 - Qualche settimana fa, durante una delle udienze del processo che si sta tenendo a Trapani per l'omicidio del giornalista e sociologo Mauro Rostagno, avevamo appreso con gioia la presenza di alcuni studenti, segno – come scrivevamo -  che non servono grandi prove di coraggio o “eroi” per tenere viva la memoria e la cultura antimafia, tanto che poi avevamo deciso di farne una vera e propria rubrica.

Oggi vi portiamo di nuovo quella udienza, grazie alla cronaca che ne ha fatto Andrea De Gregorio.

Qualche settimana fa, nell’aula “Giovanni Falcone” del Tribunale di Trapani, Francesco Marino Mannoia e Francesco Di Carlo, entrambi collaboratori di giustizia, sono stati sentiti sull’omicidio del giornalista e sociologo Mauro Rostagno avvenuto il 26 settembre 1988 a Valderice. Gli imputati sarebbero Vito Mazzara, con l’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicdio, e Vincenzo Virga, accusato di essere il mandante.

Durante l’udienza, è Francesco Marino Mannoia a parlare per primo, e lo fa da una località segreta in videoconferenza. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Paci, comincia spiegando ai giudici della Corte d’Assise come avvenne il suo ingresso in Cosa Nostra, quando divenne membro della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, guidata da Stefano Bontade.

Durante la deposizione, Francesco Marino Mannoia parla della sua vita nell’organizzazione, riassumendo ciò che accadde nel periodo da lui vissuto all’interno di cosa nostra, fino al settembre 1989, quando, da pentito, si affida alla giustizia e allo Stato. Egli descrive gli Anni ’80, in piena guerra di mafia che non lasciava scampo ai nemici di Totò Riina. Poi, le domande del pm puntano ad ottenere informazioni sull’omicidio di Mauro Rostagno. Mannoia sul delitto ha risposto dicendo di non essersi interessato direttamente alla vicenda, ma di averla appresa tramite trasmissioni televisive e da due suoi compagni di carcere: Giulio Di Carlo e Nenè Geraci.

I due avrebbero descritto una situazione pericolosa per Mariano Agate, definito da Rostagno un mafioso a capo del Trapanese. Mannoia descrive, però, in maniera poco dettagliata il malessere di Mariano Agate, scusandosi più volte con la Corte per la memoria ormai sbiadita. Poi, la parola a Francesco Di Carlo che dichiara di essere entrato a far parte della famiglia mafiosa di Altofonte nei primi anni Sessanta e di esservi rimasto fino al 1979, a disposizione del suo reggente Bernardo Brusca di San Giuseppe Jato.

Facendo riferimento all’aspro susseguirsi di omicidi avvenuto negli Anni ’80, racconta della sua decisione di trasferirsi in Inghilterra esportando i rapporti mafiosi ancora esistenti con i membri della famiglia di Altofonte, soprattutto con suo fratello e con il cugino Nino Gioè. Alla domanda del pm Paci, che lo interroga sulle sue conoscenze riguardanti il delitto del sociologo Rostagno, Di Carlo risponde: «Sì, ne ho sentito parlare attraverso la stampa, ma anche all'interno di cosa nostra.

Quando ho appreso dell'omicidio di Rostagno, ho capito che era cosa nostra … non si muove foglia che cosa nostra non voglia … e la conferma l'ho avuta. Per saperne di più, ho chiesto: ma questo lavoro di Rostagno? Ho avuto risposta che l'omicidio era una cosa fatta da cosa nostra e non, come dicevano i giornali, una pista interna». L’udienza è stata poi rinviata al 28 marzo, dove è stata chiamata a deporre Carla Rostagno, sorella della vittima Mauro Rostagno.

Andrea De Gregorio
Istituto d’Istruzione Superiore “Giovanni Biagio Amico”, Trapani 

(foto: dirittodicritica.com)

 

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