Tredici gol dalla bandierina, intervista all'autore Ettore Castagna

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Catanzaro è una città poco raccontata, forse perché in questa città non succede mai niente, come...

Catanzaro è una città poco raccontata, forse perché in questa città non succede mai niente, come sostiene Vito Librandi, giovane protagonista del secondo romanzo del professore Ettore Castagna, Tredici gol dalla bandierina.

C'è stato un lungo periodo, però, dal 1971 al 1983, in cui la città capoluogo della regione Calabria è stata alla ribalta delle cronache sportive nazionali grazie ai successi della squadra locale di calcio, l'U.S. Catanzaro. Tre promozioni in serie A, sette campionati disputati nella massima serie durante i quali è riuscita a battere tutte le squadre più blasonate del calcio italiano. Dal 1974 al 1981 il protagonista indiscusso di quella temibile squadra fu Massimo Palanca, giovane calciatore marchigiano con un piedino numero 37, vice capocannoniere nel campionato di serie A 78/79, uno dei migliori sinistri d'Europa, come lo definì il mitico cronista  RAI Sandro Ciotti. Micidiali le sue bordate ma ciò che lo rese famoso fu il suo insuperabile record di tredici gol direttamente dalla bandierina. Anni magici in cui Catanzaro era il Catanzaro e viceversa.

In città, però,c'era anche una generazione che sognava di cambiare il mondo, che si è impegnata politicamente, che ha cercato con forza di creare una frattura generazionale, vivendo anche esperienze estreme in tanti sensi, sperimentando l'amore libero, esprimendo al proprio interno un movimento femminile che con tanta tenacia ha lottato per cambiare il contesto culturale. Una generazione che se l'è mangiata il treno.

Ettore Castagna rivendica il diritto di raccontare questa generazione che ha osato sognare il proprio riscatto dal calcio d'angolo o dal corteo e lo fa con una storia ispirata dalla sua esperienza personale. La storia di un ragazzo, Vito, che sogna la Rivoluzione dalla provincia, insieme ad alcuni compagni di liceo, rivolgendosi a Massimeddu, l'idolo Massimo Palanca. Gli eventi calcistici e gli impegni del movimento giovanile di quegli anni si fondono e, in un misto di ironia e surrealtà, le parabole dei calci d'angolo di Palanca diventano metafora della libertà creativa ma anche delle illusioni e disillusioni di quella generazione. Saverio Fontana ha incontrato l'autore, il professore Ettore Castagna.

Professore, coma nasce l'idea di scrivere Tredici gol dalla bandierina?

Un numero imprecisato di anni addietro ho scritto un primo lavoro autobiografico, incompleto, un po’ noioso. Insomma era pieno di difetti. Me ne sono accorto quando provai a sottoporlo a un premio letterario per inediti e mi arrivò una cartella di lettura da pastiglie antidepressive. Questo scritto è rimasto alla critica roditrice dei topi nelle varie cantine dei miei plurimi traslochi in giro per l’Italia. Esattamente dopo aver completato il primo romanzo “Del sangue e del vino”, a una mia amica, eminente letterata, venne in mente di propormi qualcosa di meno epico e di più leggero. Dopo un necessario primo giro di spremitura di meningi, ripresi quel manoscritto, ne buttai via l’ottanta per cento e venne fuori “Tredici gol” insieme a molte nuove idee narrative.

Dal '74 all'81 Catanzaro era il Catanzaro e viceversa. Si sognava il riscatto attraverso le incredibili parabole dei palloni calciati dall'idolo locale, Massimo Palanca.  Lei rivendica il diritto, però, di raccontare anche una generazione che ha osato sognare la Rivoluzione in una provincia ai margini della vita nazionale. Quali sono state le caratteristiche fondamentali di questa generazione?

La provincia italiana è stata una culla di geni e di sregolatezze. Io contesto che la storia sia passata solo dalle capitali economiche di questo Paese. Contesto che i cambiamenti di questo Paese siano esclusiva opera e appannaggio di certi ambienti, certe classi dirigenti o meno, certi rivoluzionari ed altri no. I ’70 non furono per me anni di piombo ma anni d’oro. Anni nei quali molti sperimentarono una diversità radicale e rivoluzionaria e questo avvenne anche al Sud, anche nella piccola, sventurata, marginale, esclusa Catanzaro.

Lei manca da Catanzaro da trent'anni. Quando fa ritorno e guarda la sua città cambiata pensa che l'impegno giovanile di quegli anni ha dato i suoi frutti o è stato un'occasione mancata?

Io torno a Catanzaro da turista, per venire a trovare la mia famiglia. Vivo molto poco la città. Certo, devo dire, da osservatore a distanza, che Catanzaro ha perso molte occasioni, ha scelto troppe volte uomini e soluzioni sbagliate. Non so cosa resta di quella fucina di sogni e di idee che furono gli anni ’70. Però i protagonisti di quegli anni non sono mica tutti morti o emigrati. Qualcuno ha rinunciato, qualcuno ha cambiato idea, qualcuno innalza ancora i vessilli di una diversità che vorrebbe condurre al sogno. Diciamo che Catanzaro forse deve ancora imparare a rendere capitale spendibile, risorsa, potere di trasformazione i sogni che ha accumulato nei decenni passati. Anni ’70 in testa.

Nel racconto c'è la cronaca della prima manifestazione femminista nella città di Catanzaro. Quanto, quel movimento femminile, riuscì ad incidere nel contesto culturale di questa città in quegli anni?

Sì, lo ricordo benissimo. Lo scontro generazionali madri-figlie fu fortissimo. Molte famiglie ne soffrirono. Ma era una sofferenza che si trasformò in riscatto. Io avevo grande ammirazione per le compagne del movimento di allora. Gettarono il sasso nello stagno di una Calabria un po’ medioevale come mentalità.

Quella generazione se l'è mangiata il treno. Qual è il prezzo che questa città ha pagato per la partenza di quei giovani che sono andati a laurearsi e lavorare altrove?

L’emigrazione è un’emorragia. Tanti di noi progettano un ritorno per la pensione. Quando non ci sarà bisogno più di chiedere favori per lavorare, genuflettersi, bussare a porte di baroni, baroncini, tirapiedi e mafiosi allora forse potremo immaginare un Sud diverso. Fino ad allora il Sud continuerà a  dissanguarsi e Catanzaro con lui.

Tra grande ironia e surrealtà lei cattura il lettore con un linguaggio scorrevole e piacevole, arricchito con alcune espressioni tipiche dialettali ben dosate. Come è riuscito a ricostruire il linguaggio di quella generazione?

Sono di buona memoria e ho un culto per i documenti personali e familiari. Conservo molto: agende, lettere, memorie, appunti, manifesti, documenti politici. Riaprire certi cartoni in cantina è stato rituffarsi in un’epoca, ritrovare quei modi, quello stile, quelle parole precise e non altre. Un’emozione meravigliosa che è veramente difficile raccontare. Parlavamo però davvero in quel modo. In questo senso il romanzo è veramente un documentario.

 

Massimo Palanca ha letto il libro. Qual è stato il suo giudizio?

Ho conosciuto di persona Palanca solo al momento della presentazione del Romanzo al Festival Sciabbaca, pochissimo tempo fa. Non era stato importante conoscerlo durante la gestazione del romanzo. A me interessava il simbolo, l’immaginario non la persona in carne ed ossa. Il mio protagonista parla continuamente con lui ma a distanza. Sembra l’amico di penna di Charlie Brown. Non conoscevo la sua reazione e le sue emozioni al romanzo. Arrivò a Soveria più emozionato di me e scoprire che aveva letto e riletto il romanzo fu una bella sorpresa. Quando ho visto che si commuoveva sul palco mentre leggevamo i passi che parlavano di lui mi sono sinceramente commosso anche io. Nessuna retorica. È bello arrivare al cuore della gente. Palanca è una meravigliosa persona, un uomo umile e riservato. Insomma santo subito!

Catanzaro è una città poco raccontata, secondo lei perché?

Iniziamo con una battuta: Catanzaro era una città poco raccontata. Concluso questo breve angolo narcisistico bisogna dire che è un po’ colpa dei catanzaresi e del loro eterno mantra: “Cca ‘on c’è nenta”. Devo dire che emigrare, allontanarmi mi ha aiutato a vedere. E ho visto che non è vero. Catanzaro ha le sue cose da dire a chi le vuole ascoltare.

Saverio Fontana

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