WASHINGTON, 27 GENNAIO 2012 – Davanti all'ennesimo tentativo di censura l'ennesima risposta di RSF (reporters sans frontieres) nel tentativo di persuadere l'amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey a rivedere la posizione appena presa. A finire nell'occhio del ciclione quella che è stata definita "censura localizzata". L'annuncio riguardante la nuova politica di autoregolamentazione è stato rilasciato lo scorso 26 gennaio. RSF si dice "profondamente inquietato dall'annuncio pubblicato circa la nuova politica di regolamentazione".
Dato che la rete è troppo libera e le leggi hanno vigore di applicabilità soltanto se in relazione a un determinato luogo fisico, si è deciso di limitare la libertà d'espressione in base alle regole del paese di provenienza dell'utente. Se sei cinese e scrivi qualcosa che per la legge del tuo stato è reato, verrai punito con la censura dei tuoi contenuti. È questa la nuova frontiera del diritto dell'informazione e Twitter sembra ben contento di applicarla. [MORE]
"Chiediamo di fare un passo indietro" prosegue il comunicato di RSF. In prima linea la preoccupazione per la diffusione di correnti contrarie alla libertà d'espressione, gesto particolarmente grave se a sostenerle è un social media come Twitter, incoronato dalla primavera araba "cassa di risonanza e protagonista". Che ne è dell'operazione SpeakToTweet promossa nel frebbaio 2011 per facilitare le comunicazioni dei dissidenti egiziani?
La comunicazione della primavera araba sarebbe stata la stessa se i ribelli si fossero trovati fra le mani un mezzo censurato come quello che si prospetta essere il nuovo Twitter? Questo tipo di censura taglierà le gambe ad ogni cyberdissidente, limitando le capacità di un grande strumento di mobilitazione guadagnato grazie alle nuove tecnologie. "L'interpretazione della libertà di parola a seconda del paese è un'affermazione inaccettabile – denuncia RSF – tali definizioni troppo vaghe lasciano spazio a ogni tipo di abuso".
Censura a priori o a posteriori? Una domanda a cui Jack Dorsey non ha ancora risposto. All'orizzonte anche la minaccia di un blocco totale di quei profili che dovessero risultare inaccettabili per il diritto del paese dell'utente. E RSF si pone anche come protagonista ipotetico della questione: "E questo significherà forse che l’account di Reporter senza frontiere su Twitter (@RSF_RWB) potrebbe essere reso inaccessibile in quei paesi di cui denunciamo regolarmente pratiche repressive e violazione della libertà di informazione e che non aspettano altro che metterci a tacere?". La rete è rimasta tutt'altro che passiva e preannuncia per domani un black out di 24 ore al suon di #twitterblackout mentre in tanti dichiarano di non sapere se riusciranno a resistere al silenzio stampa.
Cecilia Andrea Bacci
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