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Giorgia si racconta: Rabbia e ribellione di un’adolescente che si sente “diversa”

Lazio > Roma

Eccomi nuovamente nei pressi del liceo, alla ricerca di protagonisti per il mio libro. Passeggio tranquilla, con aria svagata, e intanto rifletto sulle differenze anche grandissime che possono caratterizzare le vite di ragazzi in apparenza simili tra loro per l’età, il look, i luoghi frequentati, il modo di comportarsi. A ciascuno di essi è toccato un destino particolare, con tutto quello che ne consegue.

Finora ho scelto a caso i miei «personaggi», guidata da criteri indefinibili o, semplicemente, dal loro aspetto. Oggi voglio provare con un tipino un po’ fuori dagli schemi. Mi accorgo di una ragazza «diversa» che sta seduta su una panchina e scorre le foto sullo smartphone. Mi avvicino con un sorriso accattivante e le chiedo:

«Ciao, ti dispiace se mi siedo accanto a te?».

Mi fa cenno di no con la testa mentre continua a guardare le foto. Si accorge che sto sbirciando, ma sembra non dar peso alla cosa.

«Bella!» esclamo d’impulso, accennando all’immagine di una gattina con un fiocco rosa al collo.

«È la mia Fufi» mi dice, guardandomi con aria leggermente perplessa.

«Scusa la mia curiosità, ma amo molto i gatti… e questa è bellissima!».

«Grazie. Hai un gatto anche tu?».

«Ne ho tre!» le rispondo, soddisfatta di aver rotto il ghiaccio.

«Come ti chiami?» mi chiede, scrutandomi. 

Faccio il solito discorsetto di presentazione e poi la domanda di rito:

«Cosa ne pensi dell’adolescenza? Vuoi parlarmi un po’ di te?».

«Va bene. Di solito non racconto i fatti miei, ma… tu mi sei simpatica. Cosa vuoi sapere?».

«Tutto quello che ti va di dirmi… potresti cominciare dal tuo nome».

«Mi chiamano Giorgia, sedici anni… Vuoi sapere come sono fatta? Bene, te lo spiego in una frase: non ne posso più di questa società di merda!

Vuoi un riassunto della mia vita? Te lo faccio subito, sperando che tu non sia una stronza come le altre, che dicono di interessarsi al rapporto umano e poi se ne strafottono di tutto quello che racconti. Se riuscirai a capire qualcosa nei miei discorsi bene, altrimenti fa lo stesso, tanto so per certo che non farai comunque nulla per me».

Rimango sbalordita.

«Perché dici questo?».

«Perché vi riempite tutti la bocca di belle parole e poi, come girate l’angolo, ve ne fregate se una ha bisogno d’aiuto».

Intuisco che è divorata dalla rabbia e dalla delusione verso la vita.

«Puoi spiegarti meglio? A chi ti riferisci?» le chiedo con dolcezza.

«A quelli come te: giornalisti, psicologi, assistenti sociali». Fa una pausa.

«Vi credete in gamba solo perché prendete per il culo la gente. Giudicate senza conoscere le persone. Quelle come te mi considerano una poco di buono solo perché vesto in modo strano e sempre dark. Vesto di nero perché è un colore che mi ricorda i funerali, e io vivo ogni giorno il mio funerale… Sono morta dentro. Io non mi travesto da falso emo per confondermi con gli altri. Io sono Giorgia; ho bisogno di qualcuno che mi ami, della mia famiglia che non c’è più, della mia infanzia persa nel dolore, con una madre sempre ubriaca e depressa, che portava a casa ogni giorno un uomo diverso, che mi vietava ogni cosa e strillava come una indemoniata per un nonnulla! Che mi chiamava sempre stupida, psicopatica, stronza e cattiva. Con un padre che mi picchiava ogni volta che era nervoso… Vigliacco! E lo fa anche adesso che è andato via di casa con una negra.

Questa è Giorgia. Un nulla sospeso in una nuvola nera, una ragazzina ossessionata. Chiunque può notare la mia ossessione nel cercare me stessa. Odio le mie compagne di scuola che ridono sempre per ogni sciocchezza e mi snobbano, mi scartano quando cerco di avvicinarmi a loro, e per impedirmi di intervenire nei loro discorsi si allontanano beffeggiandomi!

I ragazzi mi cercano senza darlo a vedere, perché vogliono fare sesso con me. Ce ne sono alcuni che mi piacciono e ci sto, ma quelli con cui non mi va di avere rapporti mi insultano e mi deridono; una volta mi hanno anche picchiata! Allora ho cercato di procurarmi delle lesioni da sola, per poterli accusare, ma nessuno mi ha preso sul serio…

Ma tu non mi stai ascoltando! Guardi continuamente quel cazzo di telefono… Sei distratta! Te ne sbatti di me, visto che io non appartengo al tuo mondo di platino. Io sono la disperazione, il vomito, il fetore dei respinti; quindi è bene che muova i miei passi verso la morte e liberi questo splendido mondo dalla mia sgradevole presenza!».

Rimango letteralmente paralizzata, senza più riuscire a proferir parola, e la cosa manda ancor più in bestia la ragazza.

«Vaffanculo!» mi urla, girando le spalle per andare via.

A quel punto ritorno in me e l’afferro per un braccio: «Ti sbagli! Se vuoi ti ripeto parola per parola quello che hai detto».

«Fallo!».

I suoi occhi sono pieni di lacrime. Le faccio il sunto di tutto il suo discorso.

«Scusami…  È che ormai non ho più fiducia in nessuno. Quando i primi a deluderti sono i genitori è difficile pensare che al mondo possa esserci qualcuno che si interessa a te…».

«Non hai proprio nessuno con cui confidarti e a cui chiedere aiuto?».

La ragazza si irrigidisce. Si avvicina a una panchina e si mette seduta; io la seguo, mi siedo accanto a lei e rimango in silenzio. Non voglio pressarla.

«Hai una sigaretta?».

«Non fumo». Per un attimo penso di aggiungere che il fumo fa male… ma mi mordo la lingua.

Giulia si alza e si dirige verso un signore che fuma poco lontano da noi. Ritorna con la sigaretta in bocca.

«Vuoi impicciarti dei cazzi miei? Bene, ti accontento. Ci sarebbe una persona con cui potrei confidarmi ma cerco di tenerla alla larga dei miei guai… Io l’amo!».

Rimango nuovamente a bocca aperta.

«Adesso vorrai sapere di chi si tratta…» mi dice quasi divertita. Faccio cenno di sì con la testa mentre le stringo le mani per infonderle coraggio.

«È il papà di una mia compagna di scuola… Un signore molto distinto, bello come un dio, uno a cui piacciono le ragazzine. Io l’ho capito subito, e mi sono mostrata molto disponibile».

Non posso fare a meno di chiederle: «Come lo hai conosciuto?».

«A casa sua. Un giorno la prof ci ha dato un progetto da sviluppare in gruppo; eravamo cinque ragazze, e decidemmo che saremmo andate tutte a casa di Samanta… sua figlia. Era una favolosa villa in riva al mare e, come lei ci aveva anticipato, aveva una piscina olimpionica a pochi metri dalla spiaggia privata. Il tempo di vederla ed eravamo già in costume; sotto al portico, a bordo piscina, c’era un grande tavolo per studiare e un altro con panini e stuzzichini di ogni tipo.

Prima di metterci al lavoro ci siamo tuffate in acqua. Abbiamo deciso di togliere la parte superiore del costume e siamo rimaste in topless, convinte di essere sole. A un certo punto mi sono accorta che un uomo, nascosto dietro ad una tenda, ci stava osservando. La curiosità mi indusse a entrare in casa con la scusa di andare in bagno, e allora vidi che si trattava del papà di Samanta. Con un sorriso cordiale si scusò, dicendo di essere rientrato prima del previsto, senza sapere che c’erano ospiti.

Era abbronzato e aveva un aspetto molto virile; mi sembrò un dio greco. Misi istintivamente le mani sul seno, e lui mi guardò con una strana luce negli occhi… Capii subito che mi desiderava.

‘Mi scusi’ dissi ‘Vado subito via, non voglio metterla in imbarazzo’.

Lui si avviò verso la porta con fare indeciso, poi si girò per darmi ancora un’occhiata: ‘Complimenti, è messa proprio bene!’ mormorò con voce calda e sommessa.

Mi avvicinai a lui fingendo una timidezza che non mi apparteneva, gli presi le mani e me le appoggiai sul seno nudo; al contatto con le sue dita un brivido mi percorse tutto il corpo. Non avevo mai provato nulla di simile con i miei coetanei. Mi concessi a lui con totale abbandono, lì, nel suo studio. Fu bellissimo.

Dopo l’amore fu molto dolce; mi chiese il numero di telefono, voleva rivedermi ancora. Gli ho dato il mio numero e, quando lui mi chiama, io corro volentieri!».

Poi aggiunge:

«Quando faccio l’amore con lui provo un senso di rivincita nei confronti di quella fanatica della figlia. Penso che basterebbe una foto, come quella che, di nascosto, ho fatto col cellulare, per sgretolare il suo mondo dorato e perfetto!».

Mi guarda come se aspettasse un commento…

«Lo farai?» le chiedo.

La sua risposta arriva dopo qualche secondo:

«Non lo so. Adesso lo amo, e lui è molto generoso… Ma se mi tradisce lo brucio».

Una sensazione inquietante mi assale e mi vengono in mente diverse considerazioni, ma mi astengo dal commentare.

«Da oggi, quando ti senti giù, chiamami; sarò felice di ascoltarti e, se ne avrò la possibilità, di aiutarti».

Mi butta le braccia al collo e mi guarda: forse sono riuscita ad entrare in sintonia con lei e ad infonderle un po’ del calore di cui ha bisogno.

«Davvero posso contare su di te?».

Le porgo il mio biglietto da visita e le assicuro che sarò sempre disponibile per lei.

Fissando ipnoticamente il cartoncino risponde: «Grazie Antonia… Ti voglio già bene!».

 

Mi mostro serena e fingo di essere a mio agio, in realtà sono stupefatta. Solo pochi minuti fa questa ragazza sembrava aggressiva e ribelle… ma mi è bastato darle un po’ di attenzione e la possibilità di esprimersi per conquistare la sua fiducia.

«Prima di salutarci vorrei chiederti di regalare ai tuoi coetanei un consiglio tratto dalla tua esperienza di vita».

Ride spontaneamente, sembra una bimba a cui abbiano messo in mano un divertente giocattolo.

«Non mi sento in grado di dare consigli, ma posso suggerire loro di essere sé stessi, e… di non invitare compagne minorenni a casa!».

Adesso è più rilassata… Mi pare che la nostra chiacchierata le abbia fatto bene. Mentre mi preparo a lasciarla, mi azzardo a dirle:

«Sai, Giorgia, forse qualcosa sta cambiando per te, in questi ultimi tempi… Forse hai capito di essere cresciuta, che l’adolescenza sta lasciando il passo a una nuova donna, e che tutto potrà essere diverso… Sì, questa volta tutto cambierà, perché credo che tu lo abbia deciso seriamente.

Avrai una casa bellissima con la piscina e il garage, e un grande camino per riscaldarti le sere d’inverno. Un portico fiorito con le rose rampicanti, un prato sempre curato, un cane, un gatto e un magnifico cavallo che chiamerai vita. Il frigo sempre pieno… Il sole che entra dalle grandi finestre. Avrai una famiglia felice, dei bambini sani e scatenati. E poi… lui: sì, avrai lui, che ti amerà e ti ricorderà che la vita è bella… Non è questo che hai sempre sognato?».

Antonia Caprella