Maniago ricorda Anna, Giuseppe e Nicola: omelia toccante nelle esequie tra dolore, silenzio e speranza
Esequie di Anna, Giuseppe e Nicola: le parole di Maniago tra fede, tragedia e comunità unita
Il silenzio potrebbe bastare. Il silenzio e le lacrime, il fiume di lacrime sgorgate dagli occhi di chi ha conosciuto e amato Anna e i piccoli Giuseppe e Nicola, insieme a Maria Luce e al papà Francesco, ma anche di chi, senza averli mai incontrati, ne ha sentito parlare e letto in questi giorni. In questa celebrazione vogliamo affidare al cuore del Padre queste vite spezzate, e insieme pregare per chi resta: in particolare per Francesco che in un attimo ha perso la moglie e due figli ed è al capezzale della piccola Maria Luce che lotta fra la vita e la morte. Ci stringiamo a loro due con tutto l’amore di cui siamo capaci, perché ci auguriamo che sentano di non essere soli in questo momento così tragico.
Sono molte e difficili le domande che salgono dal cuore davanti alle bare di Anna, Giuseppe e Nicola. Domande riguardo alla dinamica dell’incidente, alle sue cause, a cosa sia passato dalla testa e dal cuore di Anna in quel momento… Ma tutti sentiamo con chiarezza quanto fastidiosi siano questi interrogativi di fronte a un dolore così grande e che se anche una risposta si potesse dare a tutti questi interrogativi, potremmo solo sfiorare il mistero che ci sta davanti, senza riuscire a placare il nostro tormento. Rimarrebbe sempre in noi la consapevolezza che “non ci sono più… non c’è niente da fare; non si può tornare indietro e scrivere in un altro modo gli eventi”. Come può essere possibile per noi, e soprattutto per chi della famiglia sopravviverà a questo terribile lutto, vivere un evento così tragico senza perdere l’amore per la vita, il desiderio di affrontare il futuro, la sensibilità verso la sofferenza anche degli altri?
Verrebbe voglia solo di piangere. Il silenzio sembra l’unica voce adatta a un dolore così grande, a un mistero così fitto, a una morte che ci lascia attoniti. Se abbiamo l’audacia allora di rompere il silenzio, in punta di piedi, non è per pronunciare parole terrene, impotenti e banali davanti all’enigma della morte, ma per lasciar risuonare l’unica grande parola di vita eterna. In questi momenti ci aggrappiamo alla speranza cristiana che si nutre della preghiera dei viandanti di Emmaus: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera”. Senza di te il buio è fitto; con te le tenebre lasciano trasparire quei raggi di luce che annunciano una vita senza fine.
Scrive il Libro delle Lamentazioni: «È scomparsa la mia gioia, la speranza che mi veniva dal Signore». Non possiamo negare lo smarrimento e lo sconcerto che questo fatto ha prodotto in noi, e non possiamo negare che questo sconcerto abita il nostro cuore come una fonte amara. Una volta di più ci siamo accorti quanto sia fragile la nostra vita: in un momento una misteriosa e imprevista eclissi nella nostra mente può interrompere quell’avventura così grande che è un’esistenza umana fatta di affetti, di sentimenti, di progetti, di sogni.
Ma il Libro delle Lamentazioni continua: «Voglio riprendere speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione». Quindi se in questo momento parliamo, deve essere solo per dare voce al dolore che sta dentro di noi, ma poi è il silenzio l’atteggiamento che dobbiamo vivere per inchinarci con rispetto di fronte a queste bare e per attendere sempre in silenzio che Dio possa scrivere in queste tenebre parole di luce che siano consolazione e vita nuova.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo il racconto della passione e della morte di Gesù. Un Dio crocifisso; un Dio che, fatto uomo come noi, ha conosciuto una morte tragica e prematura. Solo un Dio inchiodato sulla croce può dirci parole credibili anche di fronte alla morte, a questa morte, e può garantire che la morte non sarà l’ultima parola pronunciata sulla nostra vita. «È risorto, non è qui». L’annuncio della Pasqua riguarda anche noi: il Figlio di Dio si è fatto uomo perché noi uomini potessimo diventare figli di Dio.
Per questo, davanti alla morte, anche davanti a questa morte terribile, vogliamo rinnovare la nostra professione di speranza in Cristo. A Lui affidiamo la vita di Anna; a Lui affidiamo i piccoli Giuseppe e Nicola. Siamo certi che Cristo non è lontano da loro. Questa è la speranza che chiediamo per noi questa sera.
Un’ultima parola vorrei con voi rivolgere a Francesco e alla piccola Maria Luce. Sappiamo bene che la morte delle persone che amiamo produce una ferita incancellabile nel cuore. Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore, ma sapeste che la comunità cristiana vi è vicina, che la città vi è vicina. Il ricordo dei vostri cari vi spinga ad amarvi ancora di più, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita.
Carissimi, queste bare questa sera ci chiedono un rispettoso silenzio di fronte a una tragedia assoluta, ma al tempo stesso ci chiedono di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in una attenzione più concreta e una maggior cura reciproca, nelle nostre famiglie e nella nostra società.
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