ROMA, 21 NOVEMBRE 2011 - Cinquanta aziende al giorno, per un totale di 130mila posti di lavoro bruciati nel solo 2010. No, non sono i dati parziali dei danni della crisi economica, ma di una PRATICA, quella dell'usura, che non conosce crisi né modifiche a seconda del governo in carica. [MORE]
«Agli inizi del 2000» - spiega Lino Busà, presidente di Sos Impresa - «stimavamo in circa 25mila il numero degli usurai in attività. Oggi sono saliti ad oltre 40mila, per la gran parte soggetti noti all'Autorità Giudiziaria. Nel complesso il tributo pagato dai commercianti ogni anno, a causa di questa lievitazione si aggira in non meno di venti miliardi di euro».
Campania, Lazio e Sicilia rappresentano un terzo del fenomeno, dove la forma più conosciuta – quella fatta dalla criminalità organizzata – rappresenta poco più della metà del “mercato dell'usura” (52,5 per cento).
A preoccupare di più sono invece quegli usurai dalla “faccia pulita”, come imprenditori, commercialisti, avvocati, notai, banchieri fino ad arrivare a funzionari ministeriali e statali, i quali – continua Busà - «conoscono molto bene i meccanismi del mercato del credito legale e, spesso, anche le condizioni economiche delle proprie vittime».
La regione leader nel settore è il Lazio, dove ben un terzo delle attività commerciali sono soggette a forme di usura, per un giro di affari che si aggira sui 3, 3 milioni di euro. Il centro, naturalmente, è la Capitale – nella quale si sta assistendo ad un riassetto dei poteri non solo politici – dove si trovano tutte le forme di usurai presenti nel “mercato”, dal “cravattaro” - il piccolo usuraio che lavora in proprio – fino a strutture più organizzate e che fanno riferimento a bande di quartiere o alle famiglie criminali.
La crisi economica non farà altro che aumentare questo fenomeno, con un bacino di utenza – riportato dall'ultimo Rapporto della Confesercenti – che negli ultimi tre anni è arrivato a quota 500mila richieste, a fronte di un crollo del numero di denunce.
Anche la legge, comunque, ci mette del suo. Tempi lunghissimi degli eventuali processi – dovuti al conteggio del “tasso soglia” - depenalizzazione del reato (che prevede l'arresto solo in flagranza di reato) ai quali va aggiunto l'abbandono dei fondi che dovrebbero aiutare chi denuncia ma che non vengono finanziati ormai da tempo non fanno altro che aumentare lo scoramento di chi dovrebbe denunciare e che trova sempre più aspetti negativi nel farlo.
Andrea Intonti
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