Dalla parte della persona: l'impegno dell'ASP e la voce dei giovani di "Libellula"
CATANZARO — C'è un momento in cui il dolore collettivo deve trasformarsi in una mappa per orientarsi nel buio. È la consapevolezza che ha animato l'incontro sulla prevenzione in salute mentale promosso nella Parrocchia del SS. Salvatore di Catanzaro dalla Consulta del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASP di Catanzaro. Un appuntamento che ha visto la partecipazione istituzionale della vicesindaca Giusi Iemma e del dottor Franco Caccia, guidati dall'accoglienza di Don Vincenzo Zoccali, e che ha registrato fin da subito la significativa presenza dell’associazione Libellula, in rappresentanza attiva del terzo settore. Ma al di là dei dati e del contesto, la vera bussola della serata è stata tracciata dall'alleanza tra l'esperienza clinica del dottor Michele Rossi e la freschezza coraggiosa dei giovani dell'associazione.
Il cuore istituzionale e tecnico dell'assemblea ha trovato voce nell'intervento di Michele Rossi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze di Catanzaro. Con un approccio diretto e privo di filtri, Rossi ha acceso i riflettori sui contesti a maggiore rischio — la solitudine urbana, l'indigenza e la povertà educativa — offrendo alla platea indicazioni concrete sui servizi sanitari attivi e su quelli di recente attivazione.
Lo psichiatra ha affrontato frontalmente il tema dello stigma sociale e del senso di inadeguatezza che costringe tante persone a tacere per paura di essere etichettate come "non normali". Nel solco di un necessario cambiamento culturale, la "normalità" ha ceduto il passo al valore dell'ascolto: i segnali di disagio non vanno ignorati, e la richiesta d'aiuto deve smettere di essere vissuta come una colpa per diventare un diritto esigibile.
Se la clinica ha fornito gli strumenti, a dare anima e prospettiva al futuro ci hanno pensato i ragazzi dell'associazione Libellula. Gli interventi di Giorgia e Leonardo hanno scosso profondamente la platea. Entrambi hanno condiviso il loro vissuto personale, raccontando di aver incontrato la malattia ma di essere riusciti, grazie al fondamentale supporto clinico e soprattutto al percorso compiuto all'interno dell'associazione, fatto di “lettura ad alta voce”, “musicoterapia”, “attività sociali e culturali “, a ritrovare se stessi e a riprendersi in mano la vita.
La testimonianza dell'associazione Libellula incarna perfettamente quell'idea fondamentale che ci ha lasciato Franco Basaglia, secondo cui "il malato, prima di tutto, è una persona e come tale deve essere considerata e curata". L'associazione opera sul territorio come un prezioso presidio di protezione emotiva del terzo settore, offrendo ai giovani uno spazio sicuro in cui dare voce alle insicurezze senza il timore del giudizio. È qui che si compie la vera prevenzione: insegnando a trasformare il dolore in risorsa, a decostruire l'isolamento e a comprendere che chiedere aiuto non è un atto di debolezza, ma la massima espressione di coraggio. E la prova che, quando si creano spazi di ascolto autentici, il dolore può davvero trasformarsi in una nuova opportunità di cammino.
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