ROMA, 3 OTTOBRE 2011 – «Siamo stanche di sentirci dire che la Legge è uguale per tutti quando non è assolutamente vero». A dirlo sono la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, Patrizia Moretti madre di Federico Aldovrandi, Lucia Uva sorella di Giuseppe morto nell'ospedale di Varese nel giugno 2008 dopo una notte nella caserma dei carabinieri, Domenica Ferrulli, figlia di Michele, morto durante un fermo di polizia a Milano lo scorso 30 giugno. [MORE]
Sono tutte donne, madri, sorelle, figlie di vittime delle forze dell’ordine, che denunciano lo stato in cui versa la giustizia nel nostro paese. Per loro la giustizia è solo per ricchi e potenti e i politici sanno solo occuparsi delle legge sulle intercettazioni, della riforma della giustizia e del processo breve.
Sono parole indignate quelle compaiono in una lettere di queste quattro donne visibile anche sul blog di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. «Di giustizia si muore e i processi sono insostenibili tanto per le vittime del reato quanto per imputati non in possesso di risorse adeguate» scrivono nella lettera. Poi riferendosi ai politici attaccano: «Noi chiediamo a tutte le vittime dei reati di Stato, o comunque di Potere, alle vittime della giustizia italiana, di protestare con noi perché le intercettazioni vengano salvaguardate, le leggi bavaglio cassate, e i politici si occupino dei problemi di giustizia della gente e non dei loro personali».
L’accusa continua in riferimento alla legge sulla tortura: «Vogliamo che i parlamentari facciano gli straordinari per approvare la legge sulla tortura visto che l’Italia è l’unico Paese che si è rifiutato di farla nonostante l’articolo 13 della Costituzione che lo impone, e non per cancellare o nascondere le intercettazioni che mettono in imbarazzo buona parte dei loro colleghi». Le quattro donne erano infatti tutte presenti qualche sera fa a Ferrara per parlare del reato di tortura in caso di immobilizzazione.
La lettera si conclude con amarezza e rabbia: «Siamo indignate, addolorate, offese e abbiamo bisogno di tornare a credere in uno Stato, che sembra ignorare noi e le esigenze di tutti i cittadini normali che hanno bisogno della giustizia».
Marika Di Cristina
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