PALERMO, 23 MAGGIO 2012 - Si definisce eroe quella persona di straordinario coraggio, che si sacrifica per un ideale.
Il 23 maggio del 1992 Il giudice Giovanni Falcone muore da “eroe”, insieme alla moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Morinari . Viene fatto saltare in aria perché credeva nella sua guerra contro la mafia, contro Cosa Nostra.[MORE]
Il 1992 è l'anno dei cambiamenti: l'anno dei maxi-processi, dell'ergastolo per i mafiosi, di tangentopoli. È l'anno della svolta da parte della giustizia, che cerca di imporre il suo potere su Cosa Nostra, di distruggerla, di annientarla. Falcone mette anima e corpo in questa missione, è convinto che la mafia si può sconfiggere.
Vuole una società giusta il nostro giudice, libera dal malaffare e dalla criminalità organizzata.« La mafia – diceva Falcone - non è affatto un fenomeno invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine ». Queste sono parole di un uomo che sa cos'è la legalità, sa cos'è la giustizia ed ha piena fiducia in essa.
Lo Stato avrebbe dovuto appoggiare Falcone e il suo obiettivo, invece dal 1986 – anno in cui ebbe inizio il maxi-processo – viene lasciato terribilmente solo. Le istituzioni che avrebbero dovuto proteggere noi cittadini dalle crudeltà di Cosa Nostra abbandonano il campo di battaglia, il rischio di rimetterci la pelle è troppo alto. L'unico a non abbandonare il magistrato, è il collega e amico di una vita Paolo Borsellino, che continua la guerra iniziata da Falcone anche dopo la strage di Capaci, con la consapevolezza che a breve sarebbe stato ucciso anche lui. «Simo morti che camminano» diceva.
Cosa Nostra, non sta certo con le mani in mano, non vuole perdere assolutamente il suo controllo sulla Sicilia, sull'Italia, è lei che deve governare e non lo Stato. Per imporre il suo potere ha bisogno di mandare un messaggio forte, un messaggio che metta paura a chiunque voglia mettergli il bastone tra le ruote. Iniziare una trattativa con lo stato sembra la cosa migliore da fare. Una trattativa però che non lascia nessun tipo di scelta alle istituzioni. È Cosa Nostra che comanda e lo Stato deve piegarsi ad essa. Far fuori Giovanni Falcone è la mossa migliore.
Salvatore Riina (detto Totò) Boss di Cosa Nostra e capo dei corleonesi, uccide Falcone, la moglie e la scorta in maniera veramente atroce. Per mano di Pietro Rampulla in quale sistema 500 kg di tritolo nella galleria scavata sotto l'autostrada che collega Palermo all'aeroporto di Punta Raisi, oggi Aeroporto Falcone-Borsellino, e Giovanni Brusca (che azionò la bomba), l'auto blindata del giudice viene fatta saltare in aria.
Giovanni Falcone muore insieme all'amore della sua vita, insieme a gli uomini della sua scorta che nel suo operato ci credeva davvero e che hanno fatto di tutto per proteggerlo. Noi oggi parliamo di eroi, di uomini d'onore, di persone che hanno sacrificato la loro vita per la legalità e per lo Stato. Stato che ancora oggi non ha saputo fare giustizia, che ha lasciato sole le famiglie delle vittime della mafia, che non ha saputo proteggere e tutelare chi si batteva per lui. Stato che oggi è parte del malaffare, che si mischia con i corrotti, con gli assassini, con Cosa Nostra.
«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.»
Lo Stato lo ha lasciato solo, ma per fortuna al mondo esistono persone che portano alto il suo nome, che raccontano ogni giorno il suo operato e portano avanti i suoi messaggi di legalità, con lo scopo di smuovere l'opinione pubblica e far si che che il sacrificio della vita di Falcone e Borsellino non sia stato vano.
Qualcosa inizia a muoversi,non più eroi soli, con voi adesso ci sono tanti uomini, donne e giovani che vogliono dire no alla mafia.
(Foto da: www.provincia.vt.it )
Elisa Mirabile
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