CATANZARO, 28 maggio 2021 - Si è concluso il progetto Pon Inclusione presso il settore politiche sociali ed abitative, forse il più performante progetto realizzato dall’amministrazione comunale, un dispiego di professionisti, competenze ed eccellenze tutte calabresi, che, purtroppo, non vedrà più un seguito.
Perché un seguito poteva esserci, ma non ci sarà. Mentre in altri comuni si prevede la stabilizzazione di tali figure, qui a Catanzaro si lasciano andar via, a fare altro, a trovare lavoro in altre regioni, in altre province, quando dovrebbero essere trattenute, cinte, strette con le braccia, con le mani, perché si sono finalmente trovate le figure altamente specializzate di cui necessita un settore scevro di personale da anni, che riescono finalmente a dare risposte e fatti ai cittadini in stato di bisogno. Perché qui si gioca con il sociale di cui tutti parlano, ma che nel concreto manca in una città come Catanzaro, in un settore monco di ogni tipo di figura, dove regna l’ipossia di fondi per i cittadini che aspettano la terza trance dei buoni spesa da oltre sei mesi, dove l’abulia è grande come grande è il desiderio di avere una voce amica, una risposta a un telefono che squilla senza nessuno che risponda.
Purtroppo, tali figure non le vogliono più, eppure i fondi per una proroga ci sono, ma verranno restituiti perché diversamente non possono essere destinati. Nel corso dei diciotto mesi il clima di fiducia e di vicinanza alla popolazione dato dai professionisti del Pon ha aumentato la fiducia nei confronti dell’amministrazione comunale, ha dato quella prontezza e quella risposta rapida che consentiva di fronteggiare ogni situazione e difficoltà con grande smalto. Ad aggravare lo stato di indigenza della cittadinanza si è aggiunta la pandemia Sars Covid 19, dove tanta gente perbene colpita dalle vicissitudini della vita e senza alcuna colpa ha cercato e continua a cercare conforto nell’unico settore di competenza. E’ dunque finita perché ora la cittadinanza non potrà fare affidamento sulle 46 figure professionali rimaste (rispetto alle 51 iniziali), alimentando la disuguaglianza sociale, ignorando la competenza e l’eccellenza dei professionisti.
Una volta tanto, la città di Catanzaro poteva distinguersi non per i casi di mala gestione, ma per avere attuato e consolidato il principio di stato sociale, divenendo un modello da seguire per tutto il territorio nazionale, poteva divenire eccellenza nell’eccellenza. Ma non qui, non a Catanzaro. Non ne abbiamo bisogno. Qui va tutto bene! L’amministrazione doveva lottare per prorogare e, poi, confermare, e qui la politica tutta (maggioranza e opposizione) doveva intervenire. Non era una questione di partito, di colori, ma di “bene comune”. Quel bene comune che tanto sogna chi nulla ha ma che poco cerca, chi si trova a dover gestire situazioni familiari critiche e delicate, per chi la vita quotidiana è un calvario inerpicabile.
Qui tutti dovevano fare il bene della cittadinanza, degli indigenti, dei minori, degli anziani, degli stranieri, degli esclusi, della popolazione “sensibile”, di tutti coloro che hanno bisogno. Perché, diciamolo chiaramente, uno Stato socialmente presente e attivo significa meno delinquenza, meno disagio, più vicinanza alla popolazione tutta. Qui, a Catanzaro, funziona così. Eppure il ministero del lavoro e politiche sociali era stato chiaro: prorogare i progetti fino a fine 2021. Bastava poco, bastava dar valore alla professionalità, riconoscendone il lavoro fatto. I fondi c’erano e ci sono. E invece, neanche un saluto, neanche un grazie.
A Catanzaro, facciamo così: abbiamo la professionalità e la lasciamo andare.
Oggi è una sconfitta per tutti e non ci sono scuse. Oggi siamo tutti più soli.
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