Talerico sulle scelte di Occhiuto: «Sottosegretari, tre sconfitte e poltrone cancellate».
Talerico: «Sottosegretari, la tracotanza finisce davanti ai giudici. Occhiuto perde tre volte, cancella le poltrone e pretende pure gli applausi»
C'è una differenza tra governare una Regione e considerarla una proprietà privata. La prima richiede rispetto delle istituzioni, la seconda pretende obbedienza. E quando qualcuno osa dissentire, si ricorre ai tribunali. È quanto accaduto in Calabria con la vicenda dei sottosegretari, conclusasi con l'ennesima sconfitta giudiziaria della Regione.
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 7899/2026, ha respinto l'appello della Regione Calabria, confermando la decisione del TAR sul difetto di giurisdizione del giudice amministrativo. Prima l'Ufficio centrale per il referendum presso la Corte d'Appello di Catanzaro aveva dato ragione ai consiglieri promotori della consultazione. Tre passaggi istituzionali, un'unica ostinazione politica.
Ma la questione più grave non è nemmeno questa. È che nessuno ha mai spiegato ai calabresi a cosa servissero realmente questi sottosegretari. Quale ospedale avrebbe funzionato meglio? Quale lista d'attesa sarebbe stata abbreviata? Quale investimento sbloccato? Quale servizio pubblico reso più efficiente? Silenzio assoluto. In compenso, sulle indennità e sugli uffici di supporto, i conti erano stati fatti con una precisione ammirevole.
Circa 14.470 euro mensili per ciascun sottosegretario, 347.280 euro annui complessivi, oltre alle strutture di supporto per le quali la proposta attuativa aveva previsto fino a 625.269 euro all'anno. E, naturalmente, la possibilità di aumentare anche il numero degli assessori da sette a nove. Una riforma nella quale risultavano molto più chiari i benefici per chi avrebbe occupato le cariche rispetto ai vantaggi per chi paga le tasse.
Non era una riforma amministrativa. Politicamente appariva come un tentativo di allargare il tavolo per distribuire qualche poltrona in più. Perché quando non si riesce ad accontentare tutti con gli assessorati, si inventano i sottosegretari. E quando nemmeno quelli bastano, si guarda alle società partecipate.
Il capolavoro politico, però, è arrivato il 5 ottobre. La stessa maggioranza che aveva voluto la legge ne ha approvato l'abrogazione in prima lettura, presentando la retromarcia, imposta ancora una volta da Occhiuto esattamente come era stata imposta quella legge obbrobriosa, come un gesto di responsabilità. Prima l'ordine di approvare, poi quello di cancellare. E gli stessi consiglieri chiamati ad applaudire entrambe le decisioni, possibilmente senza fare domande. Occhiuto ha rivendicato il risparmio dei sette milioni destinati al referendum, da utilizzare contro il caro carburante. Un ragionamento singolare: prima si crea il problema, poi si annuncia di aver risparmiato i soldi necessari per affrontarlo. Seguendo questa logica, dovremmo ringraziare chi appicca un incendio perché, alla fine, decide di non comprare la benzina per alimentarlo.
E c'è una domanda alla quale qualcuno dovrebbe rispondere: chi paga il conto dei ricorsi e delle iniziative giudiziarie intraprese per sostenere questa battaglia? Chi si assumerà la responsabilità delle spese sostenute e degli errori politici commessi? Viene in mente una celebre barzelletta di Gigi Proietti, quella dell'avvocato che spiega al cliente come funzionano le cause: se vinciamo, abbiamo vinto noi; se perdiamo, hai perso tu. Qui sembra funzionare allo stesso modo: quando c'è da annunciare un successo, il merito è di Occhiuto; quando c'è da pagare il conto delle sconfitte, il cliente diventa la Calabria.
Un precedente di questa tracotanza del potere c’è già, ed è quello del referendum sulla Città unica di Cosenza. Anche allora una decisione imposta dall’alto, con la consueta arroganza di chi si crede infallibile, si trasformò in una scoppola elettorale memorabile: il 58,23% dei votanti disse no, a Rende addirittura oltre l’81%. Una bocciatura clamorosa.
Ora viene il bello. Alcuni partiti, attraverso i rispettivi capigruppo, hanno sostenuto prima la riforma e poi la sua cancellazione. Resta da capire se abbiano cambiato idea oppure se siano cambiate le convenienze. E soprattutto se le cariche scomparse dallo Statuto non finiranno per riapparire sotto mentite spoglie, magari attraverso qualche nuova poltrona negli enti e nelle società regionali. Da Fincalabra, dove sarebbe interessante conoscere quali risultati concreti abbia prodotto l'attività del presidente nominato da fuori Calabria e quanto effettivamente abbia inciso sulle scelte strategiche della società, a Ferrovie della Calabria, già finita al centro delle cronache per vicende giudiziarie relative alle nomine, sulle quali naturalmente spetta alla magistratura accertare eventuali responsabilità. Sarebbe opportuno, per tutte queste realtà, verificare con trasparenza curricula, incarichi contemporaneamente ricoperti, possibili conflitti di interesse e criteri effettivi di selezione. Perché troppo spesso gli enti pubblici sono uffici di collocamento della politica, dove il merito non conta e la priorità è distribuire qualche mollica agli alleati.
Il vero problema, dunque, va ben oltre due sottosegretari. È un metodo di governo che concentra le decisioni, riduce il confronto a una formalità e considera gli alleati utili soprattutto quando devono approvare ciò che è già stato deciso altrove. Occhiuto sembra aver costruito una maggioranza nella quale tutti possono partecipare, purché nessuno pretenda davvero di decidere.
Non è forza politica. È debolezza mascherata da comando. Chi governa bene non ha bisogno di dimostrare ogni giorno di comandare da solo. Né di raccontare l'azione amministrativa coniugando tutti i verbi alla prima persona singolare: io ho deciso, io ho fatto, io ho finanziato, io ho ottenuto. Un monologo permanente nel quale assessori, consiglieri e alleati scompaiono miracolosamente dalla scena, salvo riapparire quando c'è da votare qualche provvedimento o ricevere un complimento di circostanza. Il potere è tutto al singolare, la responsabilità diventa improvvisamente plurale.
Perché il potere, quando perde il senso del limite, finisce inevitabilmente per diventare ridicolo. E la cosa più grave è che spesso chi lo esercita è l'ultimo ad accorgersene.
Antonello Talerico
Componente della Segreteria regionale di Forza Italia
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