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La straziante storia di Teresa T. e del papà morto in ospedale: "Un calvario senza risposte che ci lascia con tanta amarezza e tanti dubbi"

Redazione
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Articolo segnalato da: alessandro cosentini
La straziante storia di Teresa T. e del papà morto in ospedale: "Un calvario senza risposte che ci lascia con tanta amarezza e tanti dubbi"
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Mi chiamo Teresa, sono una giovane ragazza che ha perso da poco il papà, morto in un letto d’ospedale. Scrivo questa lettera quasi come se stessi pensando a voce alta. Continuamente penso e ripenso, infatti, a cosa sarebbe successo se…Mi arrovello la mente e non riesco a trovare risposte sul perché è successo e se mio padre si sarebbe potuto salvare.

Eh sì, perché mi sarebbe piaciuto molto raccontare una storia a lieto fine con un problema di salute complicato che viene risolto positivamente e con tanti ringraziamenti a tutti: medici, infermieri, operatori, dando, così, un’immagine bella della nostra Sanità calabrese.

Attraverso questo breve scritto non voglio chiedere risarcimenti, muovere accuse o prendermela con qualcuno in particolare, anche perché, insieme alla mia famiglia, abbiamo troppo dolore da vivere e che ogni giorno ci tiene stretto nella sua morsa e non so per quanto tempo sarà così, lasciandoci senza forze. Queste righe sono state buttate giù di getto e contengono le mille domande che mi faccio e che, come dicevo all’inizio, non trovano risposte, nonostante il tempo passi.

Il tempo scorre lentamente come non ha fatto nel mese o poco più in cui si è consumata la nostra Odissea tra Soveria Mannelli e Lamezia. A cominciare da quella maledetta febbre che saliva sempre di più e che ci ha messo in allarme e ci ha costretto ad andare in Pronto soccorso. Paracetamolo e un integratore, questa la prescrizione per mio padre.

Un palliativo, ma non una cura vera e propria. Questo ci ha portato, poi, a richiamare medico curante e guardia medica per ulteriori accertamenti e una nuova visita che, però, nonostante le insistenze, non è mai arrivata.

Così il nostro viaggio prosegue per il pronto soccorso di Lamezia dato che mio padre era debole e non riusciva a muoversi e neanche a mangiare. Un medico amico di famiglia ci aveva suggerito di somministrargli un antibiotico. Calcolando che in mezzo c’è stato il week end è facile immaginare i disagi.

A Lamezia viene diagnosticata una broncopolmonite. Da questo momento in poi succede tutto velocemente. Volevano mandarlo a casa per mancanza di posti (col senno di poi forse sarebbe stato meglio?), viene ricoverato in broncopneumologia e ci dicono che sta migliorando.

Ci organizziamo per fare i turni, soprattutto per aiutarlo a mangiare, ma quando torno il giorno dopo lo trovo con una maschera d’ossigeno e una dottoressa mi dice che la situazione è cambiata e c’è stato un peggioramento e forse devono sedarlo per intubarlo. Rimango un po’ stranita e lui, che non voleva ricoverarsi, stringe le spalle come a dire “io non decido nulla…”.

Da qui un calvario durato un mese circa con 10 giorni di prognosi riservata, notizie frammentarie, paure, angosce e nessuna possibilità di poter decidere su come gestire il destino di un paziente che era, pur sempre, un familiare stretto.

Mia madre e mia sorella non hanno più avuto, da quel momento, la possibilità di vederlo o parlargli. Rimangono molti dubbi, soprattutto, sul fatto che, al momento dell’intubazione, mio padre non presentava particolari problematiche respiratorie. Ma, oltre alla probabile frettolosità con cui è stato dato avvio a determinati trattamenti, da profana, a pelle - come suole capitare quando in questo tipo di vicende è coinvolta una persona cara – la cosa che più di tutto mi ha dato da pensare, è la possibilità che mio padre, già fragile di suo, abbia potuto prendere un’infezione batterica in ospedale. Visto che, dalle analisi dei primi giorni, non c’erano tracce di tutto ciò.

Sono tante le domande che affollano la mente e che, lo so già, tormenteranno la mente mia e della mia famiglia per tanto tempo. Solo e semplici interrogativi, come già detto all’inizio di questo scritto, su come sarebbe potuta finire se avessimo scelto o non scelto di fare o non fare determinate cose.

Alcune cose, però, non posso non dirle. Ho notato, purtroppo, poca umanità nei confronti dei pazienti e dei familiari e anche un po’ di arroganza e superficialità nell’affrontare insieme ai parenti dei malati il decorso, come nel nostro caso, critico della malattia. Le strutture, purtroppo, d’altra parte, non aiutano, poiché deficitano anche di comfort e non danno serenità e certezze.

Un insieme di cose che hanno fatto vacillare l’immagine che avevo di medici e operatori sanitari, come di eroi e cavalieri senza paura che si spendono per salvare vite a costo anche della propria. Non una missione, ormai, ma solo una professione? Io non sono nessuno per giudicare e lungi da me lanciare un j’accuse a tutta la categoria, ma un imbrutimento, quello sì, l’ho notato e, da persona forse troppo sognatrice, mi ha provocato un dolorosissimo risveglio, scaraventandomi, letteralmente, nella dura realtà odierna.

Teresa T.


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