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Chi si salva? Il ricco o il povero?

Calabria

29 FEBBRAIO 2016 - Molte volte nel comune parlare viene fuori una convinzione di comodo, che si cimenta nel fare delle graduatorie di comportamento e soprattutto nel decretare la salvezza o meno di qualcuno. In questo ultimo caso, per molti, fa la differenza l’essere ricco o povero. Una vera idiozia, come se il censo potesse di per se stesso modificare la coscienza o il cuore delle persone. Scrive in una sua riflessione il teologo calabrese Mons. Costantino Di Bruno: “Il povero non si salva perché povero, così come il ricco non si danna perché ricco”. Il religioso spiega che l’essere umano nato povero, se si consegnerà alla Parola del Signore e ne farà testimonianza, avrà sempre la protezione del cielo. Cosa diversa quindi per chi la povertà se la cerca con i suoi fallimenti personali, contro ogni regola di vita improntata alla legalità e al rispetto per il prossimo.  [MORE]

“Così dicasi anche del ricco. Anche Lui deve porsi sempre sotto la Legge del Signore e la sua eterna Provvidenza che ha stabilito che lui sia provvidenza, nel tempo, per quanti sono poveri, miseri, affamati, assetati, nudi”. La salvezza perciò di un uomo non dipende del suo conto in banca, né dal fatto che viva in mezzo ad una strada. Si può essere ricchi e godere della protezione divina, così come si può essere poveri ed essere alleati con il diavolo. Il ragionamento chiaramente vale anche se invertiamo i termini della nostra deduzione. C’è infatti il ricco dannato, ma anche il povero in odore di santità. Lazzaro perché si salva? Non certo perché vive in estremo disagio sociale! Si salva perché non è invidioso del ricco Epulone; né cerca di impossessarsi dei beni materiali del sontuoso palazzo del suo padrone.

Non desidera nulla di quanto lui possiede. Chiede le briciole, come se fosse un cagnolino, nulla di più. Epulone, che s’infastidisce anche di questa umilissima richiesta, sarà “ospite” eterno degli inferi; Lazzaro invece avrà l’accesso alla luce che vince permanentemente sulle tenebre. Basterebbe interiorizzare questa verità infinita e l’uomo potrebbe cambiare il volto dell’Umanità e gustare la bellezza della bellezze, che solo il bene più grande, verso tutto e tutti, è in grado di perpetuare. Sembra di trovarci dinnanzi ad una teoria fantascientifica, in realtà siamo, anche se si volesse utilizzare una logica virtuosa, nelle piene possibilità di un essere umano su questa terra. Purtroppo il legame alle cose terrene, come atto assoluto, deteriora il cuore e la mente, così come ipnotizza la stessa logica e l’animo positivi, aprendo al relativismo e al “consumismo malefico” di innumerevoli certezze truccate.

Il ricco perde la possibilità di guarire la sua anima non perché è pieno di soldi, ma perché li spende senza attivare, dentro di sé, il legame forte che esso ha con il Signore. Chi possiede, come Epulone, è provvidenza per qualcuno che non ha, così come viene costituito dal cielo. La relazione d’amore che rivoluziona il mondo non è tra uomo e uomo, ma tra quest’ultimo e Dio. Il ricco deve perciò amare dalla volontà di Dio e non dalla sua. Tutto questo è valido anche per chi vive nella indigenza. Come la ricchezza, anche la povertà appartiene a Dio. Riconoscere questa origine soprannaturale, significa comprendere il mistero del servizio reciproco e concorrere a migliorare il mondo. Chi si salva allora? Chiunque viva la Parola nei fatti, al di là della disponibilità giornaliera del bancomat.

 

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Egidio Chiarella