Gabriele Cavallini vince il Premio Letterario Giuseppe Berto 2026
Con “Cuoio” conquista la XXXIII edizione del riconoscimento dedicato alle opere prime di narrativa.
La premiazione a Casa Berto, a Capo Vaticano, nell’ambito dell’XI edizione di “Estate a Casa Berto”
RICADI (VV), 5 settembre 2026 – È Gabriele Cavallini, con Cuoio, pubblicato da Einaudi, il vincitore della XXXIII edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto, uno dei più longevi e prestigiosi riconoscimenti italiani dedicati alle opere prime di narrativa.
Il verdetto è stato annunciato a Capo Vaticano, nel Comune di Ricadi, nel giardino della casa che Giuseppe Berto scelse come luogo di vita e di scrittura e dove nacquero alcune delle pagine più importanti della sua opera. La cerimonia è stata condotta dal giornalista e voce di Zapping su Rai Radio1 Giancarlo Loquenzi, nell’ambito dell'XI edizione di Estate a Casa Berto, il festival dedicato all’eredità culturale dello scrittore. A decretare il vincitore è stata la giuria presieduta dallo scrittore e Premio Strega Emanuele Trevi.
La motivazione della giuria: «Cuoio è un romanzo di odori, viscere, macerie e di un’ostinata violenza. Una violenza antica, irredimibile [...]. Gabriele Cavallini scrive un romanzo la cui lingua scortica il lettore come le macchine che trattano la pelle. Ci conduce in quella fabbrica di dolore, tra i vitelli che gridano la loro angoscia, tra i resti di carne che appestano l’aria e l’anima, come in un racconto di Coetzee. Ma questo non è un saggio sul prezzo nascosto del lusso, degli abiti pregiati. Cavallini non scrive per indicare le nostre colpe ma, raccontando la storia di una famiglia maledetta dalla consuetudine con la morte, si aggira negli abissi dell’umano. In uno spazio reale e simbolico che ricorda un racconto di Kafka, “Nella colonia penale”dove il male, poiché inestirpabile, non può che essere inciso sulle pelle».
Con Cuoio, Gabriele Cavallini entra così nell’albo d’oro di un Premio nato nel 1988 per iniziativa di Cesare De Michelis, con l’obiettivo di tenere vivo il nome e l’opera di Giuseppe Berto attraverso una delle convinzioni che più caratterizzarono lo scrittore: la necessità di offrire attenzione e spazio alle nuove voci della narrativa.
Una vocazione che il Premio continua a coltivare a quasi quarant’anni dalla sua nascita, intercettando autori all’inizio del proprio percorso letterario e contribuendo, negli anni, a portare all’attenzione della critica e del pubblico alcuni dei nomi più significativi della narrativa italiana contemporanea.
La cerimonia è tornata quest’anno in Calabria, secondo la tradizionale alternanza con Mogliano Veneto, città natale di Berto e luogo in cui il Premio fu fondato. Due territori geograficamente lontani ma uniti dalla figura dello scrittore: il Veneto delle origini e Capo Vaticano, dove Berto scelse di vivere a lungo e dove ancora oggi riposa. Presente alla cerimonia in qualità di madrina anche Antonia Berto, figlia dello scrittore.
Al vincitore è stato assegnato un premio in denaro di 5.000 euro, mentre ulteriori 2.000 euro sono stati ripartiti tra gli altri quattro finalisti: Nikolaj Gory, con L'impagliatore di sedie (Meltemi); Giulio Silvano, con Hanno vinto loro (Frassinelli); Beatrice Pera, con Bagliori (Einaudi); e Marina Zucchelli, con Latte (Rizzoli).
Il Premio Letterario Giuseppe Berto è promosso dall’Associazione Culturale Giuseppe Berto e realizzato in collaborazione con il Comune di Mogliano Veneto e il Comune di Ricadi, nel segno del legame tra i luoghi che hanno segnato la vita e l’opera dello scrittore.
Motivazione della giuria
Cuoio è un romanzo di odori, viscere, macerie e di un’ostinata violenza. Una violenza antica, irredimibile. Michelangelo Cavalcanti, erede di una famiglia di conciatori di Santa Croce sull’Arno, è la vittima e il carnefice. Come suo padre e il padre di suo padre. Un giorno la madre scompare e il fratello, Emanuele, si chiude nella sua stanza, collegato al mondo attraverso la rete, che filtra per lui solo l’orrore, l’abiezione. Come in un disperato tentativo di guarire attraverso un male peggiore. Michelangelo avrebbe potuto andarsene, aveva un amore e le qualità per studiare altre cose. Invece resta, impigliato nella routine mostruosa della conceria, nella sua barbarica catena di morte. Quando capisce che non c’è più niente da fare, decide che è arrivato il momento di vendere. Ma per farlo serve il consenso della madre, e la madre non c’è, non si trova da nessuna parte. Michelangelo la cerca, e solo alla fine, all’ultima pagina, dopo che l’irreparabile è già avvenuto, scoprirà cosa è successo davvero.
Gabriele Cavallini scrive un romanzo la cui lingua scortica il lettore come le macchine che trattano la pelle. Ci conduce in quella fabbrica di dolore, tra i vitelli che gridano la loro angoscia, tra i resti di carne che appestano l’aria e l’anima, come in un racconto di Coetzee. Ma questo non è un saggio sul prezzo nascosto del lusso, degli abiti pregiati. Cavallini non scrive per indicare le nostre colpe ma, raccontando la storia di una famiglia maledetta dalla consuetudine con la morte, si aggira negli abissi dell’umano. In uno spazio reale e simbolico che ricorda un racconto di Kafka, “Nella colonia penale” dove il male, poiché inestirpabile, non può che essere inciso sulla pelle.
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