La domanda che Tolstoj non ha mai smesso di farci
Ci sono libri che appartengono al tempo in cui sono stati scritti. Ce ne sono altri che, a distanza di più di un secolo, sembrano conoscere ancora le nostre inquietudini. La morte di Ivan Il'ič di Lev Tolstoj è uno di questi.
Ivan Il'ič ha costruito la propria esistenza secondo un modello impeccabile. Una carriera rispettabile. Una casa adeguata al proprio ruolo. Relazioni regolate dalle convenzioni. Una vita riuscita, si direbbe. Poi, salendo su una scala per sistemare una tenda, cade e si fa male a un fianco. Un dolore da niente, pensa. È invece l'inizio della fine.
Da lì in poi Tolstoj non racconta una malattia. Racconta una solitudine. Quello che ferisce di più l'uomo non è il dolore fisico. È accorgersi che tutti intorno a lui, moglie, colleghi, amici, continuano a recitare la parte di sempre, chiedendo come sta con la voce di chi vuole solo sentirsi rispondere "meglio". Nessuno gli permette di dire la verità. Che ha paura. Che sta morendo. Che quella vita fatta di decoro adesso non gli serve a niente.
Tranne uno. Gerasim, il giovane servo, è l'unico che non finge. Solleva le gambe di Ivan Il'ič e le tiene sulle proprie spalle per ore, perché è l'unica posizione che gli dà sollievo. Non lo consola con belle parole, non gli mente. Resta, semplicemente. Ed è l'unica presenza, in tutto il romanzo, che a lui non pesa.
Più di un secolo dopo, quella solitudine non è scomparsa. Ha solo cambiato interlocutore. Sempre più spesso, chi cerca una risposta non bussa più alla porta di un amico, ma apre una chat. È lo stesso vuoto che Tolstoj descriveva: solo che oggi, invece di un marito o una moglie che recita una parte, c'è un'interfaccia che non recita niente perché non ha niente da recitare.
Hai davvero vissuto? È la domanda che la malattia costringe il protagonista a farsi, quando ormai è troppo tardi per cambiare rotta. Tolstoj la scrive alla fine dell'Ottocento, in un mondo senza algoritmi né profili social. Eppure arriva intatta fino a noi. Forse ancora più tagliente, oggi che misuriamo le persone con nuovi strumenti. Quanto producono. Quanto guadagnano. Quanti follower hanno.
Ho ritrovato questa domanda, posta da un'altra direzione, in Conta chi resta. Dignità, relazione e speranza nel tempo dell'AI, il libro che ho scritto quest'anno. Non perché nasca da Tolstoj, né perché pretenda di rispondergli. Ma perché certe domande non appartengono a uno scrittore. Appartengono all'uomo, in qualunque secolo, con o senza intelligenza artificiale.
C'è una scena, nel libro, che sembra scritta in dialogo diretto con quella di Gerasim. Si chiama Francesca. Ha perso un figlio in un incidente. Nei mesi dopo smette quasi di parlare, di uscire. Poi una vicina, non un'amica, qualcuna che la conosce appena, comincia a bussare alla sua porta con un piatto di cibo. Nessuna parola di spiegazione. Nessuna promessa che il tempo aggiusta tutto. Torna il giorno dopo. E quello dopo ancora.
Non porta soluzioni. Non può restituirle il figlio. Può soltanto tornare. È lo stesso gesto di Gerasim, spostato di un secolo. Non si può sempre salvare. A volte si può soltanto restare. Forse è proprio questa una delle forme più alte dell'amore. Non fuggire davanti a ciò che non possiamo aggiustare. Non delegarlo a chi, o a cosa, non fuggirà mai perché non ha da dove fuggire.
Tolstoj ci mostra il momento in cui un uomo scopre, davanti alla morte, che molte delle cose a cui aveva dato valore non erano quelle che contavano davvero. Ogni buon libro che gli somiglia prova a portare quella domanda prima. Quando siamo ancora in tempo. Quando possiamo ancora fermarci accanto a qualcuno, invece di lasciare che sia un algoritmo a farlo al posto nostro.
Forse non rimarranno i titoli, i numeri, i riconoscimenti, l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Rimarranno i legami. Rimarranno le persone alle quali abbiamo fatto sentire di non essere sole. È per questo che La morte di Ivan Il'ič è ancora un libro contemporaneo, e forse per questo continua a farci paura. Perché non ci parla della morte di un uomo, ma della possibilità, molto più inquietante, di arrivare alla fine e scoprire di non aver ancora cominciato a vivere.
Non soltanto per chi vivo. Ma soprattutto: per chi sto vivendo?
Perché, alla fine, forse non sarà ciò che abbiamo avuto a raccontare chi siamo stati. Sarà chi è rimasto accanto a noi. E chi siamo rimasti, noi, accanto a qualcun altro.
Di questo, e di cosa significa restare accanto a qualcuno nel tempo dell'AI, parlo in Conta chi resta, disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/dp/B0H8L6PZ1N
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