“Cosa vuoi che sia una canzone”, l'omaggio a Renato Costabile
Ci sono persone che continuano a muovere emozioni anche quando non ci sono più. Restano nei luoghi che hanno attraversato, nelle relazioni che hanno costruito, nelle storie che hanno contribuito a scrivere. Succede quando una voce torna a cercarne un’altra, quando una telefonata riapre una conversazione interrotta da anni, quando un artista accetta di salire su un palco accanto a qualcuno con cui non aveva mai condiviso una canzone, quando un ricordo riaffiora proprio nel momento in cui sembrava essersi consegnato definitivamente al passato. Sono persone che attraversano la vita degli altri in profondità, fino a intrecciare tra loro storie, amicizie, occasioni, percorsi artistici. E quando il tempo si ferma, ci si accorge che quella trama continua a tenere insieme i suoi fili. Renato Costabile era una di queste persone. Aveva il talento, raro, di creare connessioni. Di intuire un incontro prima ancora che accadesse. Di mettere in dialogo artisti e linguaggi lontani, di aprire una porta e lasciare che dall'altra parte potesse accadere qualcosa di inatteso. Forse è proprio per questo che, al Palacultura di Rende, durante “Cosa vuoi che sia una canzone – Una serata per Renato”, l’evento fortemente voluto dalla famiglia e promosso da Oltrezona con la collaborazione della Compagnia Porta Cenere, diretta da Mario Massaro, il ricordo ha preso la forma di un incontro.
Paolo Capodacqua, Peppe Voltarelli, Patrizio Trampetti, Canio Loguercio, Jennà Romano, Velia Ricciardi con Bruno Marrazzo e Alessandro D'Alessandro: appartengono a storie musicali differenti. Cantautorato, teatro, musica popolare, poesia, jazz e sperimentazione. Eppure, quella sera, le differenze sembravano servire proprio a raccontare Renato. Perché la sua cifra era anche questa: costruire ponti. Non la ricerca di ciò che è uguale, ma la curiosità per ciò che è diverso e può, proprio per questo, dialogare. Renato non era soltanto il motivo per cui questi artisti si sono ritrovate sul palco del Palacultura. Era, in qualche modo, il filo che le aveva già unite prima ancora che quella sera cominciasse.
Paolo Capodacqua lo ha raccontato con un'immagine che forse più di ogni altra restituisce il senso della serata. L'idea, ha spiegato, era quella di immaginare cosa avrebbe fatto Renato se avesse avuto la possibilità di riunire insieme tutti quegli artisti che negli anni aveva ospitato, coinvolgendoli non più uno alla volta, ma nello stesso momento. È nata così una sorta di «comunità ideale». E, ascoltando Capodacqua, sembra quasi che quella comunità sia tornata a riconoscersi nel momento stesso in cui ha occupato il palco. «È stata una serata bellissima – ha raccontato –. È come se ci fosse stato lo zampino di Renato. Questa serata ha avuto la sua impronta ed è nata da un’idea condivisa con Mario Massaro. Gli artisti hanno risposto immediatamente alla nostra chiamata, con una disponibilità sorprendente e profondamente significativa. In qualche caso hanno fatto anche dei salti mortali per esserci, ma sono arrivati. E questo credo sia qualcosa da sottolineare». Ma c’è stato anche un momento più intimo, quello legato alla famiglia. «È stato emozionante vedere negli occhi dei figli di Renato quella commozione che, in qualche modo, li riportava al padre. Abbiamo rivissuto quell’energia che Renato metteva nell’organizzare le cose, quella capacità di coinvolgere le persone e di creare incontri. Riviverla anche a distanza di quasi un anno dalla sua scomparsa credo sia stata, per loro, un’emozione molto forte. E lo hanno dimostrato con le parole e con i gesti».
Il dolore per la scomparsa di Renato è ancora vivo. Lo ha espresso con semplicità e intensità Gilda Costabile, sua figlia: «Quando è venuto a mancare papà è stato un momento di forte shock, sofferenza e senso di vuoto che non è ancora passato». Non c’è alcun tentativo di attenuare ciò che resta della perdita. C’è, piuttosto, la consapevolezza che quel legame continua a vivere negli amici, negli artisti, nelle persone che aveva aiutato, nei ragazzi ai quali aveva dato attenzione, nei progetti che aveva contribuito a far nascere. «Quando abbiamo realizzato che papà non sarebbe tornato, che nessuno ce l'avrebbe ridato, in un piccolo angolo del cuore è scattata una scintilla. Mancherà tutta la vita, non solo a noi ma a chi gli voleva bene, a chi lo conosceva molto e a chi lo conosceva molto poco perché sapeva farsi volere bene. Questo ci ha fatto capire che tutto ciò che ci ha lasciato in eredità era ancora qua dentro di noi. Crediamo che proprio dal dolore si possa ripartire, trasformandolo in qualcosa di nuovo attraverso l’amore che ci ha donato e la bellezza che ci ha lasciato». Il Palacultura non ha provato a riempire un vuoto. Ha accettato che quel vuoto esistesse e ha cercato di trasformarlo in una possibilità. La possibilità di tornare a incontrarsi.
“Cosa vuoi che sia una canzone?” non è soltanto il titolo scelto per l'evento. È una domanda che apparteneva già al mondo di Renato. Era il nome di una delle sue rassegne e riprenderlo ha significato restituire alla serata qualcosa della sua voce, della sua idea di cultura, del suo modo di concepire lo spettacolo. La risposta, questa volta, è arrivata dal palco. Una canzone può essere ricordo. Può essere una storia personale che diventa collettiva. Può portare con sé una terra, una lingua, un'infanzia, un amore, un'assenza. Può attraversare la tradizione e arrivare alla sperimentazione. Può nascere da una chitarra, da un organetto, da una voce jazz, da una poesia recitata. Può persino essere il modo attraverso il quale un gruppo di persone decide di non disperdersi. È stato questo, probabilmente, il senso più autentico della contaminazione musicale dell'evento.
Sul palco sono confluite geografie artistiche diverse. La Calabria di Peppe Voltarelli, con la sua memoria mediterranea, il racconto dell'emigrazione, l'identità e l'ironia. La canzone d'autore di Paolo Capodacqua, attraversata dalla lunga esperienza condivisa con Claudio Lolli e da un rapporto profondo con la parola poetica. La Napoli popolare e teatrale di Patrizio Trampetti, quella della Nuova Compagnia di Canto Popolare e della ricerca sulla tradizione, ma anche quella della scrittura capace di entrare nella canzone contemporanea. La parola sospesa tra poesia e musica di Canio Loguercio. Il teatro, la periferia, la poesia e la canzone di Jennà Romano. Il jazz e la vocalità di Velia Ricciardi, insieme alla chitarra e alla sensibilità musicale di Bruno Marrazzo. E poi l'organetto di Alessandro D'Alessandro, strumento antico e insieme sorprendentemente contemporaneo, portato dentro territori di ricerca e sperimentazione.
Mario Massaro, direttore della Compagnia Porta Cenere e tra i principali artefici dell'iniziativa, ha raccontato di aver cercato di mantenere quella che definisce la «linea sottile» dei festival organizzati da Renato. Quella degli «incontri possibili». «Renato metteva insieme diversi generi di cantautorato e di musica per realizzare qualcosa che parlasse al cuore e all’anima delle persone- ha dichiarato Mario Massaro-. I suoi festival erano esclusivi e irripetibili. Abbiamo cercato di mantenere questa linea sottile e penso che ci siamo riusciti, ascoltando anche i commenti del pubblico. È stata una serata meravigliosa, nella gioia e nell’allegria della musica che ha dialogato con le persone».
C'è poi un altro elemento che ha dato profondità alla serata: nessuno degli artisti ha percepito un compenso e l'intero ricavato dei biglietti è stato destinato alla beneficenza. Anche in questo caso il ricordo ha trovato una forma concreta. Antonella Urso, vicepresidente dell'associazione Punto e a Capo APS di Cosenza, ha raccontato il rapporto particolare che legava Renato ai ragazzi dell'associazione: «Renato faceva parte della nostra famiglia. Per i ragazzi era "zio Renato"». In poche parole c'è il ritratto di una presenza che andava oltre il lavoro e gli spettacoli. C'è l'uomo che restava dopo il sipario. Quello che conosceva i ragazzi, ascoltava le loro richieste e si adoperava perché potessero trovare occasioni di autonomia e di crescita.
La cosa più interessante, però, è che questa serata non si è conclusa con la fine del concerto. Gli organizzatori hanno immaginato un percorso. L'idea è fare di “Cosa vuoi che sia una canzone” un appuntamento annuale dedicato alla canzone d'autore italiana e, nel tempo, costruire intorno al nome di Renato Costabile un premio nazionale destinato ai giovani cantautori. Forse, allora, la domanda del titolo può essere riproposta alla fine della serata: Cosa vuoi che sia una canzone? A Rende, per una sera, è stata una fotografia che ha conservato il volto di una comunità, le voci degli amici, il dolore di una famiglia, l'energia degli artisti e l'entusiasmo di un pubblico che ha riconosciuto qualcosa di familiare in un nuovo incontro. È stata anche un'occasione per ricordare che la memoria può avere la forma di un palco. Può avere la voce di sette artisti che arrivano da mondi diversi e decidono di ascoltarsi. Può essere una sala che si riempie, un applauso, una risata tra un brano e l'altro, un incontro nato quasi per caso, una collaborazione che prima non esisteva. E può essere una porta aperta verso il futuro. Renato Costabile non c'era, quella sera. Eppure, nelle parole di chi lo ha conosciuto e nel modo in cui gli artisti si sono ritrovati insieme, la sua assenza ha finito per diventare una presenza. Non quella rassicurante del ritorno. Una presenza più difficile, ma più autentica: quella della ricchezza che una persona lascia negli altri. E allora sì, forse una canzone può essere uno spartito che continua a suonare anche quando la voce che aveva iniziato a intonarla si è spenta. La musica può continuare a unire anche quando chi l'ha fatta nascere non c'è più. E, qualche volta, quella canzone può essere l'inizio di una nuova storia.
Ufficio stampa Denise Ubbriaco
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